diario

Oggi è andata così

Oggi ero in metro per la mia seduta di lettura quotidiana (passo almeno un’ora e mezza al giorno a leggere in metro, per tutta una serie di motivi che non ho voglia di elencare qui, oltre al fatto che semplicemente mi piace leggere), quando è entrato uno dei motivi per cui leggo in metro sotto forma di uomo cencioso di mezz’età, colbacco blu calato troppo sulla testa, barba lunga, sorriso timido, cappotto pesante (fuori è sotto zero), sacca degli pfand in una mano, bicchiere di carta nell’altra. Trascina un po’ i piedi, ma non mette in mostra nulla se non la propria persona, non vende il giornale dei senzatetto, non puzza di alcol, non suona, non inizia con la cantilena sulla propria vita e su quanto non vorrebbe disturbare ma. Si limita a essere un uomo, un essere umano, che chiede due spicci, per favore.
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Appunti e titoli per Guerra e Pace

Per lo stesso principio per cui mi sono convinto a prendere appunti sui libri che leggo, ho iniziato una pratica simile coi capitoli di Guerra e Pace.
Purtroppo, l’idea mi è venuta solo dopo le prime due parti del primo libro. Nella prima, si accumulano fin troppi personaggi (tutti principi e principesse, dai nomi simili per giunta), fra i quali individuo qualche futuro protagonista ma molto più spesso sovrappongo figure distanti centinaia di chilometri. Nella seconda, la guerra porta l’azione e l’attenzione principalmente su Nikolaj Rostov in prima linea e sul principe Andrej Bolkonskij, aiutante di campo con ottima prospettiva di carriera. Ci ritrovo anche Dolochov, declassato per indisciplina ma valoroso in battaglia (come lo era stato nelle scommesse suicide), oltre a incontrare il mitico Denisov con la sua erre moscia. Dalla seconda parte intuisco anche la struttura dell’opera nella sua (presumo) alternanza schematica fra guerra e pace (d’altronde).
Dalla terza parte del primo libro, finalmente(?) inizia il mio gioco mnemotico-letterario: dare un titolo più o meno esplicativo a ognuno dei numerosi capitoli di Guerra e Pace. Seguono i risultati:
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Le conseguenze della sveglia

Ieri sera ho impostato la sveglia alle 7.00 per tutta la settimana (lavorativa).
È una cosa che non facevo da più di un anno. Durante questo periodo mi ero quasi illuso (mai esplicitamente) che non l’avrei più rifatto, con tutto quello che ne consegue. Soprattutto per tutto quello che ne consegue. Mio nonno diceva qualcosa come Al meglio ci si abitua sempre, ma non credo che la faccenda sia così semplice in questo caso. Tuttavia, in una versione rovesciata e angosciosa del Sabato del villaggio, il peggio si accumula e viene prima della sveglia vera e propria.
Quando, al termine di una notte buia e fin troppo breve, la sveglia inizia a lanciare il suo grido acuto e penetrante, è già successo: non c’è più tempo per pensare alle implicazioni e alle conseguenze che questa scelta ha avuto e avrà sul mio futuro più e meno vicino. Il resto è un automatismo non (troppo) difficile da recuperare.

Road to Funkhaus

Per scrivere della Funkhaus ci dovrei tornare un’altra decina di volte, ma la strada (e i mezzi usati) per raggiungerla mi sono rimasti impressi al primo colpo.
I primi 15km (su 20 totali) non sono un problema, S-Bahn liscia senza cambi (il Ring è una delle poche linee non funestate dalla presenza di Obama in città). È all’uscita di Ostkreuz che inizia l’avventura.
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