letture in corso

Lynchiano

Per me, la decostruzione, come avviene nei film di Lynch, di questa «ironia del banale» ha influenzato il modo in cui vedo e strutturo il mondo. Dal 1986 ho notato che un buon 65% della gente che vedi al capolinea degli autobus in città fra mezzanotte e le sei del mattino tende ad avere i requisiti tipici delle figure lynchiane — vistosamente brutta, infiacchita, grottesca, carica di un’afflizione del tutto sproporzionata alle circostanze visibili. oppure: tutti abbiamo visto le facce delle persone assumere espressioni improvvise e grottesche — ad es., come quando ricevono notizie traumatizzanti, o danno un morso a qualcosa che si rivela disgustoso, o quando girano intorno ai bambini piccoli e gli fanno le facce strane senza nessun motivo — ma ho stabilito che un’espressione facciale improvvisa e grottesca non può essere definita veramente lynchiana se non nel caso in cui l’espressione sia mantenuta per qualche momento in più di quanto le circostanze potrebbero mai giustificare, sia tenuta semplicemente lì, fissa e grottesca, finché non comincia a significare circa diciassette cose diverse allo stesso tempo.
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I momenti peggiori di un regista

La fiducia in se stessi dei registi cinematografici, il loro entusiasmo e la loro voglia di vivere, sono francamente scoraggianti, specie per il romanziere, anima tetra seduta da sola nella sala buia della propria testa e mai sicura che le luci prima o poi si accenderanno. A giudicare dalle poche lamentele contenute in Projections 2, anche i momenti peggiori di un regista sembrano molto simili a quelli migliori di un romanziere.

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Apatia

Dire “chi se ne frega” richiede uno sforzo che l’essere davvero privi di preoccupazioni non sarebbe in grado di generare. Se John se ne frega che tu gli abbia rigato la sua nuova macchina con un chiodo arrugginito, allora se ne andrà senza aprire bocca. La mia apatia sta alla tua apatia come la nostra idea di ateismo sta all’idea di ateismo del Quindicesimo e del Sedicesimo secolo.

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L’apocalisse

– L’apocalisse è intrinseca nella struttura del tempo, dei cambiamenti climatici e cosmici a lungo raggio. Ma li vediamo, noi, i segni di questo inferno autoinflitto? E stiamo contando i giorni che mancano al momento in cui le nazioni progredite, o quelle meno progredite, cominceranno a fare ricorso alle armi più infernali? Non è inevitabile? Tutti i nascondigli segreti in varie parti del mondo. Le aggressioni programmate saranno neutralizzate dai cyberattacchi? Le bombe e i missili colpiranno i loro obiettivi? Siamo al sicuro noi, qui, nel nostro sotterraneo? E che impatto si registrerà nei vari continenti, di che entità sarà il colpo inferto alla coscienza mondiale, a prescindere dai megaton? Quanto post-Hiroshima e post-Nagasaki? Di nuovo le vecchie città distrutte, le rovine promordiali centomila volte più devastanti di un tempo. Penso ai morti, ai mezzo morti e ai feriti gravi, nostalgicamente adagiati sui risciò per essere poi trasportati in mezzo a quel paesaggio distrutto. O mi sto perdendo nel nebuloso ricordo di vecchie immagini di repertorio?

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Giornate di ordinaria deriva

Le cose che la gente fa, di solito, cose dimenticabili, cose che respirano appena al di sotto della superficie di ciò che riconosciamo di avere in comune. Voglio che questi gesti, questi momenti abbiano un significato, controllare il portafoglio, controllare le chiavi, qualcosa che ci tenga uniti, implicitamente, chiudere e richiudere a chiave la porta di casa, ispezionare i fornelli della cucina per controllare la potenza della fiamma azzurra o eventuali perdite di gas.
Questi sono gli effetti soporiferi della normalità, le mie giornate di ordinaria deriva.

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La droga fantoccio

Vado avanti grazie alla droga fantoccio della tecnologia a uso personale. Ogni pulsante sfiorato mi provoca l’eccitazione neurale della scoperta di qualcosa che non avevo mai saputo né avevo mai avuto bisogno di sapere finché non mi compare sotto gli avidi polpastrelli, dove rimane per il tremolio di un secondo per poi scomparire per sempre.

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Bouvard e Pécuchet

Già si vedevano in maniche di camicia, potare i rosai ai bordi di un’aiola, e vangare, sarchiare, maneggiare la terra, svasare i tulipani. Si sarebbero svegliati al canto dell’allodola, per seguire gli aratri, con un cesto sarebbero andati a raccogliere le mele, avrebbero imparato a fare il burro, a battere il grano, a tosare le pecore, a badare agli alveari, e si sarebbero beati al muggito delle vacche e all’odore del gieno tagliato. Basta contabilità! basta capiufficio! niente più affitto da pagare ogni trimestre! Avrebbero posseduto una dimora tutta per sé! e avrebbero mangiato le galline del loro cortile, le verdure del loro orto, e avrebbero cenato tenendo gli zoccoli! «Faremo tutto quello che ci piace! ci lasceremo crescere la barba!»

[Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet (Bouvard et Pécuchet), 1881,
trad. Giuseppe Pallavicini Caffarelli, Arnoldo Mondadori Editore 1992, pp.45-46]

Bouvard e Pécuchet erano due hipster.
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Logica disneyana

In tutto il mondo i musei più importanti si sono piegati alla logica disneyana e stanno diventando essi stessi dei parchi a tema. Il passato, fosse pure il Rinascimento italiano o l’antico Egitto, è riassimilato e omogeneizzato nelal forma più digeribile. Senza speranza di fronte al nuovo, ma delusi da tutto quello che non ci è familiare, noi riconolizziamo tanto il passato quanto il futuro. La stessa tendenza si coglie nei rapporti personali, nel modo in cui ci aspettiamo che la gente confezioni se stessa, le proprie emozioni e la propria sessualità in forme attraenti e di richiamo immediato

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