punti di vista

Dov’è la Trümmerliteratur?

Un’idea che ho da un po’ è che mi sembra di vivere in un dopoguerra qualsiasi, ma senza che ci sia stata la guerra. Non ci sono macerie fisiche, ma luoghi (della mente e non) abbandonati, lasciati alla devastazione del tempo. È una cosa che razionalmente non so neanche spiegare più di tanto, ma che ogni tanto trova anche qualche conferma (oltre a quella dei cicli del capitalismo, ineluttabili come l’imbecillità umana).
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Gioco suicida

L’inutilità si somma all’angoscia nei centri commerciali: asettici, ridondanti, aggressivi, inumani. Nei momenti di maggior ottimismo mi convinco che i motivi per rercarsi in un centro commerciale nell’era di internet diventino sempre meno e che, viceversa, siano destinati a sopravvivere quei rari luoghi che ancora vendono oggetti sfuggiti ai tentacoli della rete. Questo sarà sempre più difficile, ovviamente, ma mi voglio illudere.
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Guerra e Pace, appunti sparsi

Appunti sparsi di fine lettura:
– godibilissimo, il dipanarsi della trama e dei personaggi nel tempo viene talmente naturale che ha del miracoloso;
– non avevo capito subito che il protagonista (o quantomeno colui che si avvicina di più a questa figura) fosse Pierre, ma è sicuramente il personaggio più interessante;
– il mio idolo però rimane il vecchio Bolkonskij;
– bello anche Kutuzov, per quanto troppo incensato, ma va ricordata la sua ineguagliabile fine:
“Al rappresentante della guerra nazionale non restava più nulla se non morire. Ed egli morì.”;
– alla fine dei conti l’unico vero antagonista di tutto il libro sono gli storici (anche Napoleone viene spogliato di tutti i meriti quanto di tutte le colpe);
– i russi hanno questa ironia e sprezzo dei propri stessi personaggi che si intrufolano in ogni romanzo, anche in quelli più epici, che non so: li sto scoprendo principalmente quest’anno e mi sa che li adoro (chi più chi meno);
– oltre a rappresentare un’esoticità, forse anche involontaria, che fatico a ritrovare in qualunque altra scrittura, anche ben più moderna;
– ho apprezzato il tentativo non sempre riuscito di sospendere giudizi, vedi sopra con Napoleone;
– ho apprezzato anche molte similitudini, come quella di Mosca paragonata a un alveare senza regina (e in generale quelle sulle api sono forse le migliori, per caso Tolstoj era un apicoltore?);
– la misoginia che passa in nonchalance fra una descrizione di Nataša e l’altra non mi ha turbato più di tanto;
– le invettive contro gli storici invece dopo un po’ mi hanno stufato;
– visto l’epilogo mi suona sempre più strano l’uso della parola Provvidenza a metà romanzo, non vorrei fosse un intrusione del taduttore (Pietro Zvetermeich).

Scene fantastiche:
– tutte quelle con il vecchio Bolkonskij;
– quasi tutte quelle con psycho Dolochov;
– quando il pusillanime Rastopèin getta il prigioniero politico (Verešèagin) nelle fauci della folla;
– in generale guerra > pace

In conclusione:
– ho preferito il Tolstoj narratore al Tolstoj saggista (per quanto l’epilogo giunga a esprimere un pensiero più o meno chiaro e interessante, da non sottovalutare (ma non credo che nessuno sottovaluti Tolstoj o Guerra e pace)), spesso pungente ma anche impreciso e ridondante.

Fame

La settimana scorsa sono stato un giorno intero a letto, per malattia. Un evento raro che però mi ha permesso di leggere più a lungo del solito (anche più dei miei tragitti quotidiani in metro). Nella semioscurità della malattia ogni schermo era troppo luminoso e quindi una sofferenza. Le pagine e le parole invece sono sempre state un rifugio, anche se per la maggior parte del tempo ho dormito.
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Il sottosuolo

Nel mio passato di lettore onnivoro e ondivago, mi sono capitati pochi russi per le mani: qualche racconto di Tolstoj, Bulgakov negli ultimi anni e nient’altro, che io ricordi. Non so esattamente perché quest’anno mi sia deciso a colmare (in piccola parte) questa mia lacuna. Uno dei motivi è la solita metro per andare e tornare da lavoro, un altro potrebbe essere Paolo Nori. O magari, compiuti trent’anni, ho deciso di smettere di rimandare le cose. Sarebbe bello.
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Fine Millennio e altre letture

Avendo assodato che anche i più grandi scrittori/lettori prendevano appunti per ricordarsi dei libri letti, sono giunto alla conclusioni di poter fare altrettanto anch’io. Scrivere recensioni o presunte tali è sempre stato un equivoco suggerito da social network, blog e quant’altro, visto che si possono scrivere semplici commenti, non necessariamente critici né indirizzati ad altri che allo scrittore stesso (come un po’ tutta la letteratura, mi viene da dire). Rimane il dubbio di come commentare libri già sviscerati ovunque da chiunque, cosa aggiungere al mare magnum di parole accumulate, già più voluminose dei libri stessi che si prefiggono di valutare? La valutazione d’altronde è un’altra stortura/stonatura alla quale non mi voglio prestare. Ripenso spesso alla questione durante i miei tragitti in metro da lavoratore pendolare (attraversare Berlino richiede circa 30-40′ a tratta, cinque giorni la settimana). Questi stessi tragitti si stanno rivelando tra l’altro propedeutici a un ritmo di letture più elevato del solito, andando a scandirlo con insolita regolarità. Divorando una quantità di pagine superiore alla (mia attuale) norma, macino anche le letture più disparate, spesso parallelizzando anche forme e formati diversi.
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