Comunicazione e concentrazione

C’è questa cosa, questa evoluzione (nella sua accezione non necessariamente positiva) naturale del pensiero, per cui si è sempre più portati a un pensiero multitasking, parallelo, intertestuale. L’approccio che si ha da connessi insomma, come viviamo sempre più spesso (odio usare la prima persona plurale, come se sapessi o dicessi verità ovvie valide per “tutti noi”, ma in questo caso temo sia davvero ovvio).

Questo porta però a una drastica diminuzione della capacità di concentrazione, specie se non allenata.
È fin troppo evidente, e sono qui a dimostrarlo: la lunghezza e la forma degli articoli dei giornali online (e il loro italiano sempre più scadente, ma questa è una conseguenza della conseguenza); le persone che non capiscono discorsi più lunghi di qualche frase, o frasi troppo lunghe, o a volte anche concetti semplicissimi, solo protratti per più di qualche minuto (secondo?) o con qualche parentesi (tipo questo/a); le persone che non sono in grado di finir di vedere un film (a volte neanche una serie tv) senza controllare il cellulare (a volte anche al cinema); l’incapacità della stragrande maggioranza delle persone (i soliti sconfortanti dati ISTAT caso mai ce ne fosse bisogno) di leggere un libro qualsiasi, tantopiù se richiede una lettura attenta o più lunga di quei due minuti sul cesso (che poi temo di essere fra gli ultimi esemplari al mondo di lettore al cesso).

Da qui ne deriva anche la difficoltà sempre maggiore di quell’atto impossibile nel quale ci sforziamo (e dai) da più o meno sempre: comunicare. Comunicare davvero, specie fuori dagli schemi sempre più consapevoli e precompilati, per venire il più incontro possibile al fruitore anziché richiedergli il benché minimo sforzo, in maniera orale quanto (soprattutto) scritta.

Che poi il grande pregio della letteratura (poesia, narrativa, etc., ogni forma scritta insomma), una delle sue caratteristiche salienti, che secondo me la distingue da molte (tutte le?) altre arti, è proprio la sua impossibilità di fruizione in maniera passiva. Anche solo per una lettura superficiale si richiede comunque una partecipazione attiva dell’usufruitore, a differenza di cinema, musica, scultura, pittura, etc., che possono essere subite loro malgrado.

Tutto questo per dire che ora più che mai apprezzo quei pochi che ancora leggono libri (figuriamoci chi li capisce!), stoicamente, e non per un hipsterissimo e superficiale (sinonimi?) fascino del passato, o per un gesto volutamente anacronistico e ribelle, ma per una necessità quantomai attuale.
Apprezzo queste persone perché so che riusciranno più facilmente a seguire e comprendere anche i miei pipponi (come questo) e le mie parole, per quanto inutili (come queste). Per tutti gli altri le parole sono solo sottofondo, suoni e forme vuote, ostacoli in cui inciampare.
Devo comunicare, non posso comunicare, comunicherò.
A meno che.

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