Il tedesco: la lingua e il pensiero

Che ci siano collegamenti fra il linguaggio (che poi determina e circoscrive il modo di esprimersi) e il modo di pensare è una cosa assodata da tempo, credo. Con l’esperienza sul campo, nel mio piccolo mi sono accorto sempre di più di queste connessioni fra lingua e pensiero tedeschi.

La prima cosa che salta all’occhio della lingua tedesca è la sua rigidità. Non si può scegliere praticamente nulla all’interno di una frase: la posizione di ogni componente grammaticale (soggetto, verbo, etc.) è predeterminata e non si possono neanche scambiare fra loro i vari avverbi (di tempo, di causa, di modo, di luogo, … che infatti vanno scritti esattamente in quest’ordine secondo la celeberrima regola del TEKAMOLO). Se fossi (molto) più bravo, proverei a leggere in tedesco, soprattutto poesie, per vedere come gli scrittori e i poeti hanno affrontato questa rigidissima struttura.
E sulla rigidità mentale dei tedeschi non c’è bisogno che faccia molti esempi forse, ma mi sto rendendo conto da qui che è peggio di quanto pensassi. La disciplina e l’omologazione delle azioni e del pensiero tedesco sono davvero evidenti, persino nelle scelte degli svaghi (che apparentemente sono sempre gli stessi negli stessi momenti, per tutti). Per fortuna ci sono anche eccezioni, ma girando per strada non sono quelle a balzare agli occhi.

Il secondo fattore caratteristico (almeno per me che di lingue finora ne conoscevo solo altre tre) è la pianificazione della frase. Il dover mettere il verbo in fondo, oltre alla sopracitata schematizzazione, comporta una reale progettazione di tutta la frase, che non sarà comprensibile fino a che non sarà pronunciata o letta l’ultima parola (il verbo).
Questo è l’aspetto più evidente e sconcertante (almeno per me) nella sua ripercussione sul pensiero tedesco. A quanto pare infatti, per i tedeschi è inconcepibile vivere senza progetti. Si tende a pianificare (planen) qualunque cosa, possibilmente il più a lungo possibile. Io, probabilmente per motivi anagrafici oltre che geografici, all’opposto faccio fatica a vedere la mia vita più in là del prossimo mese. Così si creano situazioni assurde tipo io che spiego a un tedesco di avere un contratto di 15 mesi e di essere solo al primo, come per dire soddisfatto “per un po’ sono a posto”, e lui che ribatte con naturalezza “sì, ma dopo?”. La risposta successiva è una volgarità, ma detta solo nella mia mente.
La questione della pianificazione estrema poi io la vedo con una drammaticità estrema se applicata alla vita, dato che, per quanti sforzi facciabo, non è quello che metteremo in fondo a dare il significato a ciò che abbiamo fatto. Anzi.

E poi niente, quella dei macchinoni enormi e più veloci possibili non ho capito da dove viene.

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