La cura dal vivo

Dopo circa una decina d’anni che ci penso, sono riuscito ad andare a vedere i Cure live.
Più precisamente: ieri sera, alla Mercedes Benz Arena di Berlino.

Siamo seduti esattamente di fronte al palco, giusto dall’altro lato dell’arena, ma centralissimi eh. Ognuno nelle sue sedioline, tutti seduti e compassati, nonostante l’approccio quasi hard rock dei Cure. Qualcuno ogni tanto ci prova timidamente, ma è solo con il liberatorio Go go go! di Push che finalmente tutti si alzano sugli spalti per non risedersi più. Tutti tranne i due esattamente davanti a noi, che sono rimasti impassibili per tutto il concerto, senza muovere un muscolo neanche al passaggio dei loro vicini carichi di birra ogni tre canzoni.
Da questo momento in poi saranno solo pezzoni conosciuti da tutti, ed è incredibile quanto il repertorio dei Cure sia vasto e variegato. Non solo le canzoni più pop non finiscono mai, ma hanno in serbo anche la virata più dark e aggressiva, connessa abilmente da una alt.end più bella live che su disco. E così finisce che la signora di fianco a me continua a ballare scatenata anche su versi come “It doesn’t matter if we all die” o “We die one after the other, over and over”. A proposito, One hundred year bellissima e devastante, tanto che nell’accoppiata finale con Give me it sembrano quasi più i Killing Joke dei Cure (voce di Smith a parte, vero collante di tutta la scaletta).

Il primo encore è tutto dark (e quindi il mio preferito): It can never be the same (inedita), Sinking, Burn (!) e una bellissima A forest, canzone più sentita di tutto il concerto. Il pubblico è ancora più partecipe che con i singoloni, tutti a battere le mani al ritmo del basso di Gallup e gridare “again and again and again” come non ci fosse un domani. Letteralmente.
Con il secondo encore invece si fa da ponte per tornare verso i lidi più malincopop del presente, con l’apice rappresentato senza dubbio da Lullaby (poi vabbè, io sono di parte e per me potrebbero suonarlo anche tutto, Disintegration).
Infine il terzo e ultimo encore decicato quasi tutto a Kiss me kiss me kiss me, con la solita chiusura Close to me – Why can’t I be you.

In conclusione, l’unica pecca forse è stato il volume della tastiera, mangiata completamente da chitarre e soprattutto dal basso. Assieme a una scaletta un po’ più canzonettara del previsto (ma i pezzi che avrei voluto sentire sono talmente tanti che non si può avere tutto) ha fatto sì che il concerto risultasse più hard che dark (tranne in certi bellissimi passaggi). Ma insomma, ad avercene. Il continuo variare di atmosfera (credo che solo i Primal Scream possano spaziare di più) ha fatto volare le quasi tre ore, nonostante la quasi totale staticità di Smith (che ha pur sempre 57 anni e canta come ne avesse la metà) e la scenografia minimalista. Tanto che mi è rimasta voglia di vederli ancora e ancora e ancora e ancora…

Lullaby

la scaletta:
Shake Dog Shake
Fascination Street
A Night Like This
The Walk
The Baby Screams
Sleep When I’m Dead
Push
In Between Days
Friday I’m in Love
Boys Don’t Cry
Pictures of You
High
Lovesong
Just Like Heaven
From the Edge of the Deep Green Sea
Want
alt.end
One Hundred Years
Give Me It

encore:
It Can Never Be the Same
Sinking
Burn
A Forest

encore 2:
Dressing Up
Lullaby
Never Enough
Wrong Number

encore 3:
The Perfect Girl
Hot Hot Hot!!!
The Caterpillar
Let’s Go to Bed
Close to Me
Why Can’t I Be You?