Oggi è andata così

Oggi ero in metro per la mia seduta di lettura quotidiana (passo almeno un’ora e mezza al giorno a leggere in metro, per tutta una serie di motivi che non ho voglia di elencare qui), quando è entrato uno dei motivi per cui leggo in metro sotto forma di uomo cencioso di mezz’età, colbacco blu calato troppo sulla testa, barba lunga, sorriso timido, cappotto pesante (fuori è sotto zero), sacca degli pfand in una mano, bicchiere di carta nell’altra. Trascina un po’ i piedi, ma non mette in mostra nulla se non la propria persona, non vende il giornale dei senzatetto, non puzza di alcol, non suona, non inizia con la cantilena sulla propria vita e su quanto non vorrebbe disturbare ma. Si limita a essere un uomo, un essere umano, che chiede due spicci, per favore.
Io in generale ho dei problemi a dire di no a chi mi chiede una cosa per favore e più in particolare ho dei problemi con la situazione dei senzatetto di Berlino, nel senso che sono tanti e ne incontro una manciata ogni volta che prendo la metro (cosa che succede almeno due volte al giorno): salgono e scendono dalle carrozze, specie negli orari di punta, a volte vendono il giornale a volte fanno solo finta, spesso raccontano la storia della loro vita o anche solo la loro condizione attuale in una cantilena inarrestabile che sa troppo di preparato, ma il fatto è che fanno leva sul mio senso di colpa e non riesco a fregarmene né tanto meno a essere duro con nessuno di loro. Non credo razionalmente di poter aiutare nessuno con due spicci, la cosa che avrebbe più senso sarebbe offrirgli direttamente un panino o qualcosa da mangiare. Ma anche ammesso di voler dare qualcosa, perché uno sì e quello dopo no. Quelli dopo.
Non ne vengo fuori e mi limito a fissare le righe del libro sulle ginocchia, cercando vigliaccamente di rimanere concentrato sulle parole. L’uomo avanza nel vagone, mi supera e si ferma a mezzo metro da me, davanti al mio vicino di sedile: un giovane (giovane, avrà trent’anni, che poi sono gli anni che ho anch’io, quindi giovane) tedesco, auricolari, giacca scura, guanti di pelle nera da assassino di film anni ’70, jeans impeccabili e scarpe Lacoste. Non so perché il barbone si sia fermato proprio davanti a lui, ma ora avanza il bicchiere di qualche centimetro, senza dire altro.
Sento le frequenze più alte di un pezzo techno rimbalzare sul padiglione auricolare del giovane tedesco, il quale non si scompone e fissa il barbone davanti a sé come solo i tedeschi sanno fare. Inspiegabilmente l’uomo barbuto insiste, anche se solo con un cenno del capo. A questo punto lo guardo e quando mi perdo nei suoi occhi grigi, nelle sue sopracciglia inarcate, nelle sue rughe nascoste dalla barba, so già che ho ceduto.
Ma poi il tedesco, auricolari, giacca scura, guanti di pelle nera da assassino di film anni ’70, jeans impeccabili e scarpe Lacoste, sempre continuando a sostenere lo sguardo dell’altro, sbotta un po’ scocciato: “Ich kann dir nicht helfen.”
A questo punto il barbone riabbassa il braccio e avanza verso l’uscita del vagone, si aggrappa al palo durante uno scossone, guarda fuori in attesa della prossima fermata. Sono io ad alzarmi e a lasciargli tutti gli spicci che ho nel bicchiere di carta. Lui si volta, inchina la testa, gli sguardi si incontrano, io torno a leggere.