Quella volta che Flea mi ha chiesto scusa

Arriviamo dal Kuchi di Kantstraße senza prenotazione e si sono appena seduti tutti i tavoli. In attesa ci siamo solo noi e una coppia di persone indefinibile per la differenza di età e di vestiti. Insomma, i tedeschi normali, come al solito, hanno fatto la cosa giusta: prenotare.

Siamo lì ad aspettare i nostri buoni 20 minuti, quando entra un ometto che sulle prime scambiamo per un Omino Pfand*: colbacco enorme, giacca stilosa, scarpe da ginnastica nere delle medie. Si guarda un po’ attorno e non si cura molto della fila (tanto che tutti lo guardiamo male: che, ci vuole rubare il posto?). Parla in americano dando per scontato che non sia un problema (in effetti, le cameriere si rivolgono a tutti in inglese, siamo pur sempre vicini a Kudamm) ma, quando gli spiegano che deve aspettare, non fa una piega e si mette in fila dietro di noi.
Così finiamo per sederci al bancone assieme, nell’ordine: presunto-omino-pfand, io, la mia ragazza. Siamo un po’ stretti e bestemmiamo un po’ quando il personaggio in questione, per ordinare, non guarda neanche il menu e si agita un po’ per indicare il pesce che vuole direttamente sulla bacheca davanti a noi. Prende solo 5-6 nigiri (chiamandolo genericamente “sushi”), sfigato. Le cameriere tra l’altro si danno il cambio per capire cosa voglia questo e perché non ordini col menu, ma lo accontentano. Poi ci portano una salsa di soia per tutti e tre, così che ce la rubiamo un po’ a vicenda.
Dopo avere ordinato, il personaggio si alza, e noi cogliamo l’occasione di studiarlo un po’ meglio: magro, di mezz’età, capello corto tinto di un biondo innaturale, e soprattutto un vestito blu scuro, elegante, che cozza con le suddette scarpe da ginnastica nere. Abbiamo notato anche il LOVE tatuato sulla mano destra, la più vicina, ma vabbè, da Omino Pfand a Americano Pazzo è un attimo. Quando torna dal bagno, per sedersi al bancone mi sfiora con le scarpe e mi spara un “sorry man” a cui rispondo con un cenno accondiscendente.
L’ordine gli arriva subito, prima che a noi (forse perché più semplice), e noi subito a maledirlo. Ma forse è in quel frangente, quando uno di noi spara qualcosa come un “e chi cazzo sei che ti servono subito?”, o forse quando, affamati, non abbiamo altro da fare se non osservare il nostro vicino di bancone che ci ruba la salsa di soia, insomma è in quel momento che ci viene in mente che questo Americano Pazzo assomiglia un po’ a Flea dei Red Hot Chili Peppers (RHCP d’ora in poi (ma anche dagli anni ’90 in poi)). Ma va. E dove sono gli altri? E viene a mangiare da Kuchi da solo come uno sfigato con il colbacco in testa e le scarpe da ginnastica? Figurati.
Fatto sta che il tipo finisce veloce e quando gli arriva il conto neanche ci guarda, e butta la sua American Express sullo scontrino. Si guarda un po’ attorno, poi si alza e recupera la sua giacca scura, il suo colbacco, e se ne va, lasciandoci alle prese con un’ottima cena e un dubbio strisciante.
La nostra serata prosegue altrove, a salutare un amico che lascia la città, e non ci pensiamo più. È solo ieri sera che ci torna il dubbio, e (solo per curiosità, eh) andiamo a controllare le immagini recenti di Flea. Cazzo, ma è uguale. Dai, ma cosa ci fa Flea a Berlino? Sarà là a sballarsi in California o dov’è che fanno le piscine arancioni. Vabbè, per tagliare la testa al toro, controlla per caso se suonavano da qualche parte, così ci togliamo il dubbio.
Ecco, suonavano a Berlino la sera prima, e saranno ad Anversa stasera.
Il tatuaggio ce l’ha. I capelli sono uguali. La faccia è uguale. Era a Berlino.
A quanto pare, ho cenato gomito a gomito con Flea, che mi ha anche chiesto scusa e io non l’ho cagato di striscio. Come tutto il locale, comprese le cameriere scocciate.
Però oggi dalla finestra ho notato il ritorno di Mario, il ciccione della panchina di fronte: era da un po’ che non si faceva vedere. Sul computer ho messo su Otherside che era da un po’ che non la ascoltavo.

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*Omino Pfand: quegli uomini, tendenzialmente di una certa età e vestiti molto simili a dei barboni, che vanno in giro per la città alla ricerca di bottiglie vuote di plastica o vetro che possano restituire ai supermercati, in cambio di 25cent.