Author Archives: lerio

into the black box

Mettere una tecnologia nella scatola nera significa renderla talmente ovvia da sottrarla allo scrutinio degli utilizzatori, a volte anche degli analisti, che quindi cessano di vederla come contingente e modificabile e la accettano invece come naturale.

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la nostra competenza spettatoriale

Nell’introduzione, Dinoi ricorda l’accoglienza delle prime proiezioni dei fratelli Lumière al Grand Café nel 1895, e individua un passaggio decisivo: dallo stupore del “Sembra vero!” davanti al cinema, all’angoscia del “Sembra un film!” davanti alla realtà mediatizzata, culminata con la trasmissione televisiva dell’11 settembre 2001, dove l’attentato alle torri gemelle viene spontaneamente letto attraverso una grammatica cinematografica. Dinoi definisce questa cesura come “salto cognitivo”: l’incredulità nei confronti del reale, l’istantaneità della sua trasmissione, la sua dilatazione nel tempo, la sensazione di spettatorialità collettiva. L’11/9 diventa il punto di non ritorno per la nostra competenza spettatoriale. Nel regime mediale, la finzione non si limita a ridurre la distanza tra significante e significato: diventa lente attraverso cui leggiamo e interpretiamo il reale. Se la realtà appare oggi iperbolica e fantasmagorica, tanto da richiedere strumenti di finzione narrativa per essere compresa, allora la distinzione tra reale e immaginario sembra essere esplosa del tutto.

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un triste paradosso

Si può scegliere di uccidere e morire in nome di Allah, Karl Marx, le 32 contee irlandesi o la “razza bianca”. La motivazione è importante a livello soggettivo, per il terrorista, ma indifferente per quanto riguarda il paradigma generale: il terrorista, scegliendo un qualcosa in cui credere, si riappropria in una qualche maniera della sua vita. Il fatto che questo percorso verosimilmente lo porterà a morire (oltre che uccidere) è solo un triste paradosso.

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un libro di filosofia

Un libro di filosofia deve essere da un lato una specie particolarissima di romanzo poliziesco, dall’altro una sorta di fantascienza. Parlando di romanzo poliziesco, vogliamo dire che i concetti devono intervenire, con un’area di presenza, per risolvere una situazione locale, in quanto mutano anch’essi con i problemi, hanno delle sfere d’influenza, in cui si esercitano, come vedremo in seguito, in rapporto con dei «drammi» e per i tramiti di una certa «crudeltà». Devono avere una coerenza tra loro, ma questa coerenza non deve venire da loro, altra essendo la parte donde hanno da attingerla.
[…]
Fantascienza, in un altro senso ancora, ove i punti deboli si denunciano. Come evitare di scrivere su qualcosa che non sia quello che non si sa, o che mal si conosce? Proprio su questo punto s’immagina di aver qualcosa da dire. Non si scive che al limite del proprio sapere, su quella punta estrema che separa il nostro sapere e la nostra ignoranza, e che fa passare l’una nell’altra. Soltanto così si è portati a scrivere.

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lo si direbbe spazio di gioco

Persino tra gli dei, ciascuno ha il suo dominio, la propria categoria, i propri attributi, e tutti distribuiscono ai mortali limiti e premi conformi al destino. Ben diversa è la distribuzione nomadica, un nomos nomade, ssenza proprietà, confini o misura, ove non c’è più partizione di un distribuito, ma piuttosto ripartizione di quanti si distribuiscono in uno spazio aperto illimitato, o perlomeno senza limiti precisi. Niente torna né appartiene ad alcuno, ma tutti gli individui sono disposti in modo sparso, si da coprire il maggiore spazio possibile. Anche quando si tratta della vita, nei suoi aspetti più gravi, lo si direbbe spazio di gioco, regola di gioco, in opposizione allo spazio, per contrasto al nomos sedentario. Riempire uno spazio, ripartirsi in esso, è cosa molto diversa dal ripartire lo spazio.

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finché ci si accotenta di criticare il falso non si fa del male a nessuno

La filosofia è inseparabile da una «critica». Ma ci sono due modi di criticre. Si possono citicare le «false applicazioni», e dunque si critica la falsa morale, le false conoscenze, le false religioni, ecc.; è così che Kant concepisce per esempio la famosa «Critica»: l’ideale della conoscenza, la vera morale, la fede, ne escono intatti. C’è poi un’altra famiglia di filosofi, quella che critica da cima a fondo la vera morale, la vera fede, la conoscenza ideale, a vantaggio di un’altra cosa, in funzione di una nuova immagine del pensiero. Finché ci si accontenta di criticare il «falso» non si fa del male a nessuno (ma la vera critica è quella delle forme vere e non dei falsi contenuti; non si critica il capitalismo o l’imperialismo denunciandone gli «errori»). Quest’altra famiglia di filosofi comprende Lucrezio, Spinoza, Nietzsche, ed è una stipre prodigiosa in filosofia, una linea discontinua, esplosiva, assolutamente vulcanica.

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che cos’è la filosofia?

Che cos’è la filosofia? Forse è una domanda che ci si può porre soltanto tardi, quando viene la vecchiaia, e l’ora di parlare concretamente. In realtà la bibliografia è molto esigua. La domanda è posta con un’agitazione discreta, a mezzanotte, quando non c’è più altro da chiedere. Anche prima ce l’eravamo posta, incessantemente, ma in maniera troppo indiretta, obliqua, troppo artificiale, troppo astratta. La affrontavamo di sfuggita, dominandola, piuttosto che facendocene catturare. Non eravamo abbastanza sobri. Troppo vogliosi di fare filosofia, non ci chiedevamo che cosa fosse, se non come esercizio di stile; non avevamo raggiunto quel punto di non-stile che consente di dire: ma cosa ho fatto per tutta la vita?

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o peggio ancora

La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa “in sé”, come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità.

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fa lo stesso

In alto, in basso, teste blu, cardi.
Qualcuno canta qualche cosa.
Fa lo stesso, non è nemmeno bello, è una canzone triste, antica.
– E domani? Ti alzi, dove vai?
– Da nessuna parte. O forse, dopotuttto, da qualche parte andrò.
Fa lo stesso, in ogni caso si sta male ovunque.
Ma dormire è difficile, ci sono le campane che suonano, gli orologi.

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