e’ rest

bis an die endliche völlige Verschuldung Gottes

L’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo implica perseveranza fino alla fine, fino all’ultima e completa colpevolizzazione/indebitamento di Dio (Verschuldung Gottes), fino al raggiungimento di una condizione di disperazione cosmica in cui proprio ancora si spera. Qui sta ciò che nel capitalismo è senza precedenti: che la religione non è più forma dell’essere, ma la sua completa rovina. L’estensione della disperazione a condizione religiosa cosmica dalla quale ci si attende la salvezza. La trascendenza di Dio è venuta meno.

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on the contrary

PR: Do you think the destruction of the world is coming soon?
MK: That depends on what you mean by the word “soon.”
PR: Tomorrow or the day after.
MK: The feeling that the world is rushing to ruin is an ancient one.
PR: So then we have nothing to worry about.
MK: On the contrary. If a fear has been present in the human mind for ages, there must be something to it.

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uno che cade

«Maledici quel che ti lega, benedici quel che ti scioglie!» Chi l’ha detto? Credo fosse Blake. Sì, fu Blake, e lui lo sapeva, ma io lo so meglio di lui. Io non conosco il mestiere, ho solo sbirciato dentro l’officina, so come sono fatti i maestri, a me sfugge il sostegno, dinanzia ai miei occhi le cose perdono il loro senso, scoprono la follia che c’è dietro, non riesco ad afferrarle saldamente… e uno che cade là dove gli altri si arrampicano non dovrebbe tirarsi dietro nessuno.

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l’ineffabile

E sì che quest’ipsilon non è quasi pronunciabile. O almeno, dipende dal caso se la bocca riesce ad atteggiarsi in modo da permettere alla voce quel suono. È questo che, oltre la sua posizione obliqua, distingue l’ipsilon da ogni altra lettera, ne fa una componente ingannevole in mezzo a concretezze lapidarie. Eccola lì, a mezza strada tra l’i e la ü, a mezza strada esatta, ma la stessa ü si trova a sua volta a metà della strada – lunga il doppio – che dalla i va alla u. La seconda metà di questa strada, il tratto che va dalla ü alla u, non ha un punto intermedio né alcun segno che la indichi. Lì non c’è nulla, regna il silenzio, regna – nel vero senso della parola – l’ineffabile, comincia qui, in queste cose modeste ti spunta fuori all’improvviso, per poi ingigantire fino allo smisurato, al terribile in quelle più vistose.

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l’inutilità era l’apoteosi

L’inutilità era l’apoteosi che alla fine incoronava tutti i suoi sforzi, l’unico punto del suo programma che non mutava mai, perché egli ben sapeva che non gli era concesso allargare i confini del conoscibile, e nemmeno lo voleva, si accontentava di procedere a tastoni per arrestarsi chissà dove lungo il percorso, questo “chissà dove” era la sua sede, il suo luogo di riposo, di qui godeva d’una bella vista, considerava contento, in umiltà e rassegnazione, l’intero percorso, vedeva dinanzi a sé la maestà dell’inesplorato, vedeva dietro di sé il cognito ridiventar sibillino, gli piaceva tanto l’una quanto l’altra cosa, era lieto che al mondo ci fossero tante cose da misurare, e che esistessero degli strumenti così precisi per misurare il misurabile, e che nulla ti obbligasse a trarne conclusioni pratiche.

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lei si sente colpevole?

Gli dissi: «Dunque è lei, signor Huncke» e lui, con un certo tono, quasi cominciasse improvvisamente a dubitare della propria identità, risposte: «Sì… perché?» e mentre io cercavo una risposta, mi chiese: «Che cosa vuole da me?». Sentii che dietro la sua ostilità – forse giustificata – cominciava a tremare una coscienza non troppo sicura di sé, ma davvero non sapevo che cosa rispondergli: che volevo infatti da lui? Da lui volevo qualcosa, ero sveglio, ero pieno d’interesse. Gli domandai, a quel che mi pare con gentilezza: «Lei si sente colpevole, signor Huncke?». In fondo chiunque avrebbe potuto chiedermi la stessa cosa, e io avrei rispost: «No», anche all’ultimo degli sconosciuti avrei risposto: «No, affatto». Non così Huncke. Adesso, parlando, la sua voce tremava, la sua colpa s’era risvegliata, era ingigantita di colpo, lo sentii sibilare quasi senza suono: «Aspetta! Tra poco saremo di nuovo noi a comandare! Allora vi faremo fuori, voi altri!».

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tocca al lettore

Molti critici avevano detto: quest’opera, davvero bella per la minuzia e la vivacità delle descrizioni, non contiene un solo personaggio che rappresenti la morale, che interpreti la coscienza dell’autore. Dov’è il personaggio proverbiale e leggendario, incaricato di spiegare la fabula e di dirigere l’intelligenza del lettore? In altri termini, dov’è la requisitoria?
Assurdità! Eterna e incorregibile confusione delle funzioni e dei generi! — Una vera opera d’arte non ha bisogno di requisitoria. La logica dell’opera basta a tutte le postulazioni della morale, e tocca al lettore trarre le conclusioni dalla conclusione.

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le opere più belle

Le opere più belle hanno questo carattere. Sono serene d’aspetto e incomprensibili. Quanto al procedimento, sono immobili come falesie, tempestose come l’Oceano, piene di fogliame, di verde e di mormorii come boschi, tristi come il deserto, azzurre come il cielo. Omero, Rabelais, Michelangelo, Shakespeare, Goethe mi sembrano impietosi. Sono senza fondo, infiniti, molteplici. Da piccole aperture si intravedono precipizi; in basso c’è il nero, la vertigine. Eppure, qualcosa di singolarmente dolce aleggia sull’insieme! È uno sprazzo di luce, il sorriso del sole, e c’è calma, c’è calma!

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