L’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo implica perseveranza fino alla fine, fino all’ultima e completa colpevolizzazione/indebitamento di Dio (Verschuldung Gottes), fino al raggiungimento di una condizione di disperazione cosmica in cui proprio ancora si spera. Qui sta ciò che nel capitalismo è senza precedenti: che la religione non è più forma dell’essere, ma la sua completa rovina. L’estensione della disperazione a condizione religiosa cosmica dalla quale ci si attende la salvezza. La trascendenza di Dio è venuta meno.
e’ rest
on the contrary
PR: Do you think the destruction of the world is coming soon?
MK: That depends on what you mean by the word “soon.”
PR: Tomorrow or the day after.
MK: The feeling that the world is rushing to ruin is an ancient one.
PR: So then we have nothing to worry about.
MK: On the contrary. If a fear has been present in the human mind for ages, there must be something to it.
uno che cade
«Maledici quel che ti lega, benedici quel che ti scioglie!» Chi l’ha detto? Credo fosse Blake. Sì, fu Blake, e lui lo sapeva, ma io lo so meglio di lui. Io non conosco il mestiere, ho solo sbirciato dentro l’officina, so come sono fatti i maestri, a me sfugge il sostegno, dinanzia ai miei occhi le cose perdono il loro senso, scoprono la follia che c’è dietro, non riesco ad afferrarle saldamente… e uno che cade là dove gli altri si arrampicano non dovrebbe tirarsi dietro nessuno.
l’unica meta possibile
Dunque andrò in macchina a Tynset, è deciso… quasi deciso. Siamo alla fine di novembre, perciò dovrei partire presto, prima che arrivi l’inverno e io perda il coraggio che ho già perso da un pezzo. Tynset è l’unica meta possibile.
l’ineffabile
E sì che quest’ipsilon non è quasi pronunciabile. O almeno, dipende dal caso se la bocca riesce ad atteggiarsi in modo da permettere alla voce quel suono. È questo che, oltre la sua posizione obliqua, distingue l’ipsilon da ogni altra lettera, ne fa una componente ingannevole in mezzo a concretezze lapidarie. Eccola lì, a mezza strada tra l’i e la ü, a mezza strada esatta, ma la stessa ü si trova a sua volta a metà della strada – lunga il doppio – che dalla i va alla u. La seconda metà di questa strada, il tratto che va dalla ü alla u, non ha un punto intermedio né alcun segno che la indichi. Lì non c’è nulla, regna il silenzio, regna – nel vero senso della parola – l’ineffabile, comincia qui, in queste cose modeste ti spunta fuori all’improvviso, per poi ingigantire fino allo smisurato, al terribile in quelle più vistose.
l’inutilità era l’apoteosi
L’inutilità era l’apoteosi che alla fine incoronava tutti i suoi sforzi, l’unico punto del suo programma che non mutava mai, perché egli ben sapeva che non gli era concesso allargare i confini del conoscibile, e nemmeno lo voleva, si accontentava di procedere a tastoni per arrestarsi chissà dove lungo il percorso, questo “chissà dove” era la sua sede, il suo luogo di riposo, di qui godeva d’una bella vista, considerava contento, in umiltà e rassegnazione, l’intero percorso, vedeva dinanzi a sé la maestà dell’inesplorato, vedeva dietro di sé il cognito ridiventar sibillino, gli piaceva tanto l’una quanto l’altra cosa, era lieto che al mondo ci fossero tante cose da misurare, e che esistessero degli strumenti così precisi per misurare il misurabile, e che nulla ti obbligasse a trarne conclusioni pratiche.
lei si sente colpevole?
Gli dissi: «Dunque è lei, signor Huncke» e lui, con un certo tono, quasi cominciasse improvvisamente a dubitare della propria identità, risposte: «Sì… perché?» e mentre io cercavo una risposta, mi chiese: «Che cosa vuole da me?». Sentii che dietro la sua ostilità – forse giustificata – cominciava a tremare una coscienza non troppo sicura di sé, ma davvero non sapevo che cosa rispondergli: che volevo infatti da lui? Da lui volevo qualcosa, ero sveglio, ero pieno d’interesse. Gli domandai, a quel che mi pare con gentilezza: «Lei si sente colpevole, signor Huncke?». In fondo chiunque avrebbe potuto chiedermi la stessa cosa, e io avrei rispost: «No», anche all’ultimo degli sconosciuti avrei risposto: «No, affatto». Non così Huncke. Adesso, parlando, la sua voce tremava, la sua colpa s’era risvegliata, era ingigantita di colpo, lo sentii sibilare quasi senza suono: «Aspetta! Tra poco saremo di nuovo noi a comandare! Allora vi faremo fuori, voi altri!».
both places are empty
I’ve been at the top, I’ve been at the bottom. Both places are empty.
tocca al lettore
Molti critici avevano detto: quest’opera, davvero bella per la minuzia e la vivacità delle descrizioni, non contiene un solo personaggio che rappresenti la morale, che interpreti la coscienza dell’autore. Dov’è il personaggio proverbiale e leggendario, incaricato di spiegare la fabula e di dirigere l’intelligenza del lettore? In altri termini, dov’è la requisitoria?
Assurdità! Eterna e incorregibile confusione delle funzioni e dei generi! — Una vera opera d’arte non ha bisogno di requisitoria. La logica dell’opera basta a tutte le postulazioni della morale, e tocca al lettore trarre le conclusioni dalla conclusione.
le opere più belle
Le opere più belle hanno questo carattere. Sono serene d’aspetto e incomprensibili. Quanto al procedimento, sono immobili come falesie, tempestose come l’Oceano, piene di fogliame, di verde e di mormorii come boschi, tristi come il deserto, azzurre come il cielo. Omero, Rabelais, Michelangelo, Shakespeare, Goethe mi sembrano impietosi. Sono senza fondo, infiniti, molteplici. Da piccole aperture si intravedono precipizi; in basso c’è il nero, la vertigine. Eppure, qualcosa di singolarmente dolce aleggia sull’insieme! È uno sprazzo di luce, il sorriso del sole, e c’è calma, c’è calma!