film

devs: due appunti

devs ha qualche problema, il primo è la difficoltà di rendere coerente un determinismo stretto – è difficile dare un senso a certi dialoghi/azioni se non a vantaggio dello spettatore (d’altronde portare alle estreme conseguenze certe idee fantascientifiche, o semplicemente privilegiare la coerenza sulla narratività, spesso risulta in qualcosa di difficilmente decifrabile come Primer), poi ci sarebbe tutto il discorso dei punti camera delle simulazioni, secondo me argomento interessante e non scontato, ma non affrontato minimamente.
ma forse il problema principale è avere mascherato una serie esistenzial-esoterica da hard scifi.
per quanto qualche indizio ci fosse anche prima (la prima cosa che vai a vedere nel passato è gesù in croce?) nel finale vengono al pettine un po’ tutti i nodi e soprattutto si perde ogni coerenza con il tono del resto della serie:
– davvero lei è la prima nella storia a fare una scelta diversa da quella della previsione/simulazione?
– e d’altronde, anche ammesso che il computerone prevedesse tutto (ok), cosa impediva di prendere una decisione diversa una volta vista la previsione?*
– ma poi perché la previsione finisce alla morte di lei e non alla scelta diversa?
– e perché poi cambia di conseguenza anche l’azione di Stewart per far tornare la morte dei due? da un punto di vista quantistico/deterministico la morte di due esseri umani non ha più rilevanza di qualunque altro avvenimento – a meno di non dare un ruolo particolarmente importante agli esseri umani anche a livello subatomico
– perché poi avevano bisogno di morire per venire simulati? non potevano avviare una simulazione di Forest una volta che avevano visto che la macchina funzionava? perché non provarci, qual era il rischio?
– ma anche (questa mi ha dato particolarmente fastidio): perché la simulazione di Forest resuscitato comunica con Katie? questo mi sembra che non abbia proprio nessun senso dal punto di vista della coerenza tecnologica

come detto sopra, tutto risolvibile con un passaggio al simbolismo, che però non aveva avuto molto spazio in una serie che fino a quel momento si vendeva come realistica/accurata scientificamente (per quanto si possa, ok). e non me ne frega niente dell’accuratezza, quanto della coerenza narrativa: come dice Eco: la serie stessa setta uno spazio semiotico con il suo dispiegarsi, la delusione viene dal tradimento di questo spazio
non è Aronofsky, o meglio: va a finire da quelle parti (ok) ma partendo da presupposti diversissimi (non ok)

anche le dichiarazioni di Garland vanno in questa direzione, e non ho niente contro le allegorie tecno-religiose (ok, insomma, dipende), ma non se vengono vendute come storia realistica**

*questo è un tema che andrebbe ulteriormente esplorato e molto interessante in tempi di previsioni statistiche pervasive. è evidente empiricamente come queste previsioni per essere accurate (ammesso che lo siano mai), con i loro tagli semiotici alternativi (modi di dare senso alle cose diversi da quelli umani), funzionano soltanto se i soggetti coinvolti non ne sono a conoscenza. esempio pratico: se un algoritmo bancario rileva la poca affidabilità economica di chi posta su instagram il martedì mattina alle 10, questo è un modello di previsione con un taglio incomprensibile ai nostri occhi ma che può anche aver ricostruito dei pattern statistici rilevanti – però se questo modello è reso pubbico, nessuno (bisognoso di un mutuo) posterà più su instagram martedì mattina alle 10, quindi quel modello non risulterà più affidabile e l’unico effetto ottenuto sarà quello normativo di non far usare quel social network in quel modo a una categoria di persone (la normatività è un’imposizione data da una posizione sociale di potere, diversa da una predittività presuntamente neutra alla posizione assunta (qui si potrebbe ricollegare il discorso sui punti di macchina delle simulazioni ma non esageriamo)) ma non sarà in alcun modo predittivo nel senso precedente [esempio inventato sul momento, ma se ne possono trovare di concreti costruiti in maniera simile]

**anche sul realismo ovviamente ci sarebbe qualcosa da ridire: Kenton serial killer, ma anche il tecnoligarca onnipotente che va in giro con la station wagon e vive nella villetta a schiera, ecc ecc, ma sono cose minori e che non minano così tanto il patto con lo spettatore

achille e la tartaruga (la trilogia del suicidio artistico): due appunti

nell’ultimo film della trilogia Takeshi mette in scena uno dei miei pensieri ricorrenti: A. A.
mette in scena quello che nel film precedente aveva messo in pratica, giusto trasfigurato nella pittura, ma la metafora è fin troppo scoperta (oltre al ruolo che la pittura ha sempre avuto nella vita e nei film di Kitano).
e quindi Takeshi Kitano, uno che ha avuto successo ai massimi livelli in praticamente tutto ciò che ha fatto, dalla comicità, al regista di yakuza movie, al cinema d’autore, anche lui, dopo aver vinto premi, ottenuto riconoscimenti, incassi, libertà artistiche, pensa o ipotizza di essere soltanto un impostore che va avanti per tentativi e imitazioni malriuscite senza neanche capire egli stesso cosa sta facendo.
quando nella terza età l’aspirante pittore è interpretato (impersonato) da Takeshi stesso è fin troppo evidente, coinvolge la moglie come la sua troupe per fare cose senza senso che poi verranno rifiutate. nella realtà non verranno rifiutate, anche in base al prestigio che si è costruito, ma non è quello il punto.
e qui la mia solita domanda (che però per lui non vale, in realtà, e qui sta tutta la differenza): per quanto tempo puoi fare qualcosa senza vedere alcuna conseguenza, ricevere alcun apprezzamento? La differenza di cui sopra tra parentesi è che secondo Kitano non cambia niente, che si sia apprezzati o meno, rimane tutto una merda senza senso. Un messaggio decisamente nichilistico, abbastanza in linea con la pos(tur)a, cinematografica e non, di Takeshi.
poi c’è il finale, dove il protagonista sopravvive all’ennesimo tentativo di suicidio, cinematografico e non, di Kitano e si riduce a vendere la lattina di coca cola sbruciacchiata. è questo il momento in cui emerge comunque un messaggio vitalistico che ritrovo in molto cinema giapponese (o almeno nelle mie opere giapponesi preferite, forse): la vita non ha senso, è inevitabilmente dolorosa, è una sequela di dolori immani, è la bomba atomica, ma vivi lo stesso, provaci, non morire Shinji. basta rincorrere la tartaruga, non la prenderai mai, ma vivi, “ed è così che Achille raggiunse la tartaruga”. un messaggio neanche troppo nichilistico da questo punto di vista.

goodbye hotel (e flow): due appunti

perché mi sono commosso così tanto alla fine di goodbye hotel, per le sorti presentate in maniera antidrammatica dei due animali coinvolti (la cagna soprattutto, e la tartaruga)?
perché sono più in tensione a vedere il gattino di flow in acqua che qualunque attore (anche non action) in pericolo in un qualsiasi film avventuroso?
perché ci indigna di più la morte di un animale (magari domestico) che quella di un uomo (su schermo)?
da una parte nell’animale non riusciamo a distinguere l’attore costruitogli sopra come invece facciamo sempre nelle persone, anche nel caso degli attori più bravi (che però infatti quando subiscono un dramma, un lutto, muoiono, ci rendono partecipi perché non distinguiamo più l’attore sopra al personaggio, come nell’animale), ma c’è qualcos’altro.
gli animali (non antropomorfizzati, privi di parole, al massimo di sogni) ci risultano sia imprevedibili che innocenti: riuscirà quel gattino a salvarsi? ma anche solo ci proverà? sicuramente non nel modo più efficiente possibile come l’eroe di un film action nella più estrema delle situazioni. avvertiamo la fragilità di quel gattino o di quel cane in acqua, perché si comportano proprio come un gatto o un cane.
sono innocenti come bambini (o di più), non avvertono (e non avvertiranno mai) la sovrastruttura morale che sta dietro al pericolo, non ne sono in nessun modo responsabili. in entrambi i casi, anzi, sono vittime probabilmente (non è dichiarato, ma in entrambi i casi pare palese) dell’azione umana (in senso lato, ma avrei potuto usare termini più moralistici: dell’ingordigia, della stupidità, dell’inerzia umane, quelle che stanno portando alla fine del mondo (fine del mondo per l’essere umano) descritta nelle due opere).
cosa c’è di peggio di vittime innocenti quindi, che non capiscono neanche il perché delle proprie fini, quel perché che permetterebbe di contestualizzare la cosa, non tanto a loro quanto a noi spettatori, lettori impotenti ma responsabili non solo in quanto spettatori e lettori. mentre li vediamo o li leggiamo lottare contro le acque, provare a sopravvivere in un modo o nell’altro, senza una pianificazione o una giustificazione, non possiamo che sospendere ogni giudizio e desiderare di salvarli. gli animali non pensano alla morte e al bene e al male, queste sono invenzioni nostre e delle quali ci sentiamo responsabili anche quando le proiettiamo sui poveri e inconsapevoli animali.
ora torniamo a goodbye hotel, perché michael bible parla proprio di questo, lo tematizza un po’ ma soprattutto lo rende operativo con il discorso sul destino, con le prime persone arrese e con le cornici cosmologiche. forse c’è un senso di assoluzione religiosa, ma io penso più che altro a questi personaggi umani, vittime e carnefici, impigliati in una trama dove si susseguono azioni anche abiette, descritti sempre con il massimo distacco, così come l’ultima compagna canina di little lazarus (non sto a dire spoiler che in un romanzo simile non ha senso). gli umani trattati come animali quindi, con quella sospensione di giudizio distaccata ma partecipe, quella voglia di salvare tutti, proprio perché tutti sembrano in qualche modo inconsapevoli, non solo del male che fanno ma anche di quello che subiscono, del mondo che li circondano, delle storie che li attraversano.
i rari giudizi morali (“la terra che si vendica della nostra avidità”) sono comunque quasi impersonali, o estesi a tutta la specie: non c’è mai una colpa esplicita (anche se sì, ci sono le bombe e i danni ambientali e gli schemi piramidali e tutto il resto), non è qui che cerchiamo i colpevoli (non che non debbano mai essere cercati, ma non è questo il punto qui), qui bible cerca anzi di salvare tutto il salvabile, ogni personaggio, ogni essere umano, ogni animale, il più vecchio e il più innocente, imperturbabile davanti alle vite umane che vanno e vengono e non per questo indesideroso di provare a salvarle a sua volta, una vita che resiste e nient’altro.
per questo forse ha ragione kulesko quando dice che l’esperienza estetica di leggere goodbye hotel non diventa mai etica o (peggio) morale, ma sfiora lo spirituale.

adolescence: due appunti

vista anche adolescence, molto buona nel mostra empatia e non una condanna morale che cade dall’alto verso tutti i suoi personaggi, in primis il ragazzino protagonista, ma anche gli altri ragazzi problematici, i genitori* che non riescono a comunicarci, gli insegnanti che non riescono a gestirli, ecc – si fa fatica a trovare un colpevole né a gridare al mostro (per fortuna), non c’è capro espiatorio, neanche un patriarcato chiaramente onnipresente e ineludibile, o la sua incarnazione più recente**, condizione necessaria ma non sufficiente, così come tutte le altre contingenze che vanno a incastrarsi per creare un mosaico di buone intenzioni e insoddisfazioni, un trattato di sociologia dal basso

*che temevo peggio: nessuno sbraga davvero, anzi sono fin troppo bravi

**il discorso redpill/incel: un po’ confuso (comprensibilmente, non è un trattato appunto, inoltre il punto di vista è proprio quello degli adulti confusi che non hanno in mano quel mondo) ma finalmente un prodotto mainstream che ne parla e lo tira fuori, con nomi, regole, emoji, statistiche (sigh) – bisognerebbe, altrove, parlare appunto della coerenza di questo mondo che discorsivizza e quantitativizza pensieri e concezioni presenti sempre e da sempre nel nostro sentire / perché sono esasperati/quantitativizzati proprio ora? quanto sono intrinseci alla nostra cultura? queste sono domande aperte a cui giustamente non deve rispondere una serie tv

un altro tema che mi sembra sussuma o sorregga la serie (a seconda di come la si guarda) è la crisi dell’autorità (che baudrillardianamente poi deve esagerare/estremizzare le proprie manifestazioni di potere (non in questa serie) per provare a mantenere una sensatezza discorsiva), di ogni autorità (una per puntata): la polizia, la scuola, la psicanalisi, la famiglia

audiovisivo: attori bravissimi, la scelta dei piani sequenza mi sembra efficace e coerente: uno sguardo che non si distoglie mai da un mondo che non ha un colpevole, dove il disagio e la violenza sono dietro ogni frase e luogo (ok in un paio di casi costringe a scelte un po’ forzate***, sopattutto nella seconda puntata e in un caso in particolare anche a una roba un po’ buffa****)

***stessa puntata che presenta anche qualche dialogo didascalico e forzato di troppo, in particolare in bocca alla poliziotta che sembra messa proprio come segnaposto per le “cose giuste” da dire/riportare come slogan

****la corsa al rallentatore del poliziotto (tra l’altro pompatissimo) che insegue il ragazzino con conseguente fiatone forzato per aver fatto 100 metri a passo di jogging

se si vuole trovare un difetto (e questo mi sembra un punto importante) è che la serie, per quanto non condanni esplicitamente i ragazzi, non li capisce esattamente come non li capiscono gli adulti, il punto di vista è sempre il loro (degli adulti): i ragazzini rimangono scatole nere terrificanti da un certo punto di vista, in questo senso la scelta di proiettarlo nelle scuole mi sembra una di quelle cose che mette a posto la coscienza degli adulti, ma di fatto è solo per mostrare la propria paura e la propria impotenza a un pubblico di ragazzini che dovrebbero farsi carico loro, ancora una volta, di risolvere la frattura che gli altri, quelli con più potere e responsabilità, non riescono a colmare (di nuovo, senza dare colpe o giudizi morali)

mickey17: due appunti

Tre indizi fanno una prova: gli USA fanno male a Bong Joon-Ho l’America: i suoi film americani sono i suoi meno interessanti, più didascalici*; grotteschi ma non abbastanza da far ridere o inorridire o riflettere, forse una semplice rappresentazione realistica degli USA visti dalla Sud Korea.
Mickey17 non è un film brutto, ma è sbagliato: inizia bene ma poi si perde, le metafore politiche e ambientali sanno di già visto e sono troppo didascaliche, è come le parodie superate dalla realtà, dramma già vissuto in Italia da più di vent’anni. Mi ha ricordato Don’t look up** in questo: buone intenzioni, bravi registi, risultato mediocre.
Ruffalo/Trump (le labbra, le movenze, i cappellini rossi, persino il tentato omicidio) è meno esagerato del Trump vero, la distopia fantascientifica per certi versi è meno distopica degli USA contemporanei, anche il lieto fine, nel 2025, dopo la rielezione e tutto quello che ne consegue, suona stonato. Non per niente, la scena migliore del finale è quella onirica della ristampa del politico da parte della moglie, alle parole di (qualcosa come) “So che lo rivolete”. Fuori tempo massimo, ma funziona sempre: la nostalgia per l’uomo forte è più presente che mai, anche se Trump è già stato rieletto.
Posso anche capire il finale utopico che mostra un’alternativa: la convivenza pacifica con un mondo incontaminato, ma sembra davvero qualcosa che non ha niente a che fare col mondo nel quale viviamo, dove anzi si sovrappone comunque con l’idea estrattivista/colonialista di altri pianeti (un’idea, manco a dirlo, portata avanti sempre dagli stessi, nonostante sia completamente delusional, oltre che colonialista).
Persino la premessa che una nuova tecnologia possa creare problemi etici/legali e per questo essere bandita/limitata incrina la sospensione dell’incredulità in un mondo che corre al riarmo nucleare, che glorifica crimini contro l’umanità, che ignora ogni tribunale internazionale.
Forse il problema sta proprio qui: ci si trova fin da subito in un mondo grottesco ma allo stesso tempo fin troppo buono e positivo rispetto al nostro, fin dalle premesse. Anche le cattiverie e le storture sistemiche, i potenti e malvagi e persino gli uomini comuni con le loro indifferenze crudeli, tutto nel film sembra quasi un sollievo, una favola per bambini rispetto a un qualunque telegiornale. Quindi ogni critica politica o sociale scivola via, innocua, così come scivola via anche ogni slancio utopico e il film stesso, inutilmene lungo (ma questo ormai vale per il 90% delle produzioni statunitensi) e involuto (sembra non decidersi su che genere prendere, che storia raccontare, in bilico fra tutte quelle possibili – ma questo per me è il problema minore, anzi potrebbe anche essere un pregio se riuscisse nell’intento), dopo una premessa che poteva anche sembrare interessante, quantomeno dal punto di vista esistenziale.
I punti che rimangono validi infatti sono quelli che riguardano i(l) protagonista/i, la sua condizione esistenziale che esplode con lo sdoppiamento, con la paura di morire che torna a fare capolino quando si rischia di perdere definitivamente la propria identità oltre che il proprio corpo (come se fossero separabili***). In questo senso, la domanda che si continua a pensare e fare ma non a rispondere rimane vuota fino a quando non c’è qualcosa in palio, e per questo Mickey18 torna a essere un personaggio tragico e non più farsesco, perché ha qualcosa in palio: anche lui, prima di farsi saltare in aria, ha paura di morire.

*forse si potrebbe fare un discorso simile per Lanthimos, ma lì credo dipenda molto anche dalla presenza o meno di Efthimis Filippou alla sceneggiatura

**che aveva problemi ulteriori oltre a non funzionare né nei momenti comici né in quelli drammatici (tranne la scena, la migliore per me, del generale (credo) che frega i soldi della macchinetta): quello di sbagliare metafora per il riscaldamento climatico (concesso che sia molto difficile trovare una metafora giusta per l’iperoggetto per definizione)

***si potrebbe ragionare anche sulla narrazione del dualismo mente-corpo, anche questo in versione molto classica e poco problematica, rispetto ad esempio a film come The substance (altrettanto didascalico per altri versi, se si vuole portare avanti il discorso del new literalism)

paprika: due appunti

Scrivere di opere visive estreme che sfruttano il proprio media fino in fondo come quelle di Satoshi Kon o di Lynch (o Beckett) mi mette sempre in difficoltà, perché anche se si tratta sempre di un’interpretazione e non di una spiegazione mi sembra comunque fuori luogo.
Rivedere Paprika al cinema però non può non farmi pensare qualche considerazione da buttare giù in ordine sparso, l’unico ordine possibile.

Paprika è tanto il nome del film quanto della protagonista e anche della nostra esperienza, coincidenti in maniera meta come nei migliori dei casi. Noi, come lei, dobbiamo accettare che non torni tutto, andare oltre a una logica di spiegazione o una coerenza svolta sul piano del realismo conseguenziale proposto dal thriller tecnofilosofico.
Nonostante sia lei a curare gli altri, come da tropo è la dottoressa Chiba/Paprika a dover superare la propria durezza logica, la propria dualità personale che relega fuori da sé la propria follia (quella dei sogni, che però, come dice Paprika, non è meno importante nel nostro dare senso al nostro mondo), il proprio amore non conforme per un oggetto del desiderio “strano” come un genio obeso grande (fisicamente) il doppio di lei.
È quello il percorso da fare anche come spettatori: non rifugiarci in schemi logico-narrativi, easter eggs e spiegazioni para-filmiche, ma accettare ciò che il film ci dice anche senza verbalizzarlo, l’esperienza stessa della visione che trascende il linguaggio scritto e ci cambia senza che sia necessariamente cambiato il nostro vocabolario esplicito, come fanno le migliori opere d’arte.

Piccola nota a parte: anche gli altri personaggi fanno i loro percorsi di accettazione, compreso il cattivo che da difensore del mondo dei sogni ne diventa il custode in un modo di intendere “la libertà ma solo come la intendo io” molto attuale*, ma soprattutto il poliziotto ovviamente, in una storia che sembra in qualche modo preconizzare la storia di Kon stesso. È incredibile pensare che questo sia stato l’ultimo suo film, ma lui non lo sapesse e sarebbe morto ben quattro anni dopo nello stesso modo paventato in Paprika. Anche in questo caso l’accettazione che chiede al poliziotto è la stessa che chiede a noi, orfani della sua fantasia, quella fantasia che può davvero cambiare il mondo e lo cambia, in un modo o nell’altro, tutti i giorni, per sempre.

*tutto il parallelismo appena accennato ma così azzeccato tra il mondo dei sogni e internet** offre così tante letture ulteriori, feconde a vent’anni di distanza dall’uscita, in un mondo molto diverso da quello di Kon ma che aveva evidentemente visto qualcosa.

**”Don’t you think dreams and the internet are similar? They’re both areas where the repressed conscious mind vents.”

bad luck banging or looney porn: due appunti

in tempi di appiattimento televisivo ridotto a sottofondo da second screen è incredibile trovare un’opera in cui ognuna delle tre parti (cinque se consideriamo anche prologo ed epilogo) sfrutta fino in fondo il potenziale cinematografico e ricorda allo spettatore cosa può essere il cinema (o qualsiasi audiovisivo) oltre a una mera trasposizione mediale di storie già lette/sentite/viste. gli occhi sono incollati allo schermo, le orecchie ascoltano i suoni e non tanto/solo i dialoghi, e non per seguire una trama qualsiasi, un colpo di scena, una battuta salace. sfruttare a pieno (e in tre (cinque) maniere diverse) la potenzialità di questo mezzo espressivo è già un pregio a prescindere da tutto il resto (ok, come se si potesse scindere, ma per capirsi), ma poi c’è tutto il resto.

la prima parte semi-documentaristica e non didascalica conduce alla terza parte brechtiana (con tocchi/installazioni da teatro dell’assurdo) quasi come fosse una conseguenza inevitabile, soprattutto se filtrati per la seconda parte teorica, godardiana, dove si gioca con le parole e le immagini con ironia, intelligenza, abilità spiazzanti e per questo meravigliose. tre parti impossibili da riassumere davvero proprio per la loro pregnanza e attinenza al medium espressivo utilizzato. se ne potrebbe fare l’analisi accurata, ma anche quella sarebbe solo una trasduzione su un altro piano, e poi non ho voglia di farla. un ultimo appunto: l’utilizzo operativo e creativo del covid, non tematizzato ma usato come sfondo anch’esso, sfruttato nelle sue possibilità (le mascherine e l’interazione con le stesse come esplicitazione del carattere di ogni personaggio, sia in maniera brechtiana/teatrale che nelle espressioni fastidiosamente realistiche note a ciascuno di noi, da quello che se la toglie troppo a quello che ricorda troppo di tirarla su, anche come mosse retoriche all’interno di un dialogo che si fa filosofico ma anche autoironico e totalmente dialettico, mai risolto o didascalico).

infine il contenuto, appunto, e questo film colpisce nel segno uno spettatore italiano, perché quella romania è l’italia attuale, per filo e per segno – non c’è differenza nei suv, nella violenza verbale, nei preti, nei generali fascisti, nell’ipocrisia perbenista, nelle squallide pubblicità onnipresenti da periferia dell’impero, nelle immagini della dittatura di cui non ci si riesce a liberare (nonostante da noi siano passati molti più anni).

avrei voluto vederlo al cinema, magari negli affollati cinema berlinesi, per cogliere al volo l’indignazione perbenista delle stesse persone rappresentate dal film, ma che sono tutte intorno a noi, sono come noi, ma si sentono meglio

the substance: due appunti

visto ieri sera, è dichiaratamente una favola grottesca* ed è formalmente coerente dalla prima inquadratura all’ultima, quindi mi sembra che molte critiche lette in giro non colgano proprio il punto (chi cerca realismo in una favola?**) – l’unica critica su questa linea che potrei condividere in una prima istanza è quella di quando [SPOILER] sono entrambe sveglie verso la fine, apparentemente rompendo un meccanismo interno alla trama, ma di nuovo: non siamo nel campo dell’hard sci-fi, ma della favola: è tutto allegorico, e quella è una rappresentazione più evidente che mai (ci torno) dell’animo scisso della protagonista, giunta all’apice della schizofrenia [/SPOILER]

condivido invece la critica di didascalismo: non ce la possono fare, io accetto/apprezzo anche la tamarraggine, però non è questo il punto: tutto è ribadito, ripetuto, spiegato allo sfinimento – una mia personale crociata è contro le faccine in dissolvenza che ricordano una scena vista esattamente cinque minuti prima (questo è uno stilema/malattia di tutto il cinema americano, mi rendo conto, ma la odio, sempre da sempre)

trovo molto calzante chi sottolinea l’antidualismo del film, l’aspetto che forse me lo fa piacere di più: secondo una visione cartesiana la mente dovrebbe essere la stessa, ma chiaramente si comporta diversamente a seconda del corpo in cui si trova, antidualismo che spiana la strada alla proiezione come metafora su altre possibili significazioni (ecologica con essere umano/sue che sfrutta la terra/elizabeth)

l’aspetto cinematografico: pop, tamarro, eccessivo, citazionista, grottesco -> a me alla fine è piaciuto (a parte il fatto che, come tutti i film americani dell’ultimo decennio, poteva durare meno) / design ottimo (per quel che ci capisco) / suono anche: bellissima Anna von Hausswolf sul finale

*come Barbie, come Poor things, si potrebbe riflettere sul perché i cosiddetti film femministi americani ricorrano sempre a questo tipo di narrazione, rifuggendo ogni realismo, che pure potrebbe mostrare forse anche meglio il maschilismo della nostra società (poi la critica non è ai film in sé, né allo sfogo fantastico o alla struttura fiabesca, tutte cose che mi piacciono)

**ho letto sia critiche femministe che maschiliste:
– prima le seconde: gli uomini sono tutti grotteschi? *tutti* i personaggi tranne lei/loro sono grotteschi – sono tutti uomini? lei vive chiaramente in un mondo infestato da uomini che determinano non solo la visione del mondo ma persino la visione che ha lei di se stessa (v. Atwood***) – e non è realismo questo?
– le critiche femministe sull’iper-sessualizzazione della donna? ma è proprio quello il punto del film, è tutto dal punto di vista di lei, e lei stessa si sessualizza (vedi sopra) e vive la propria carriera (e vita, non c’è altro oltre alla carriera, come si evince dalla settimana da vecchia!) tramite la propria sessualità (e non è ovviamente una colpa, anzi, è il mondo che lo esige da lei e lei interiorizza): sono contento che il film non moralizzi sulla protagonista ma stia sempre (proprio sempre, anche nell’ultimo atto) dalla sua parte – il mostro è la vecchiaia, la chirurgia estetica, non importa, il confronto impossibile con gli standard della gioventù/televisione/società – amatela sempre e comunque, è lei, è la nuova carne

***“You are a woman with a man inside watching a woman. You are your own voyeur.”

(detto questo, per me ok, non capo ma neanche disastro)