se il genocidio è il sogno dei poteri moderni

Le guerre non si fanno più in nome del sovrano che bisogna difendere; si fanno in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni a uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere. I massacri sono diventati vitali. Come gestori della vita e della sopravvivenza, dei corpi e della razza, innumerevoli regimi hanno potuto condurre innumerevoli guerre, facendo uccidere innumerevoli uomini. E attraverso un capovolgimento che permette di chiudere il cerchio, più la tecnologia delle guerre le ha fatte volgere alla distruzione esaustiva, più nei fatti la decisione che le apre e quella che le chiude si subordinano alla pura questione della sopravvivenza. La situazione atomica è oggi al punto di arrivo di questo processo: il potere di esporre una popolazione a una morte generale è l’altra faccia del potere di garantire a un’altra il suo mantenimento nell’esistenza. Il principio «poter uccidere per poter vivere», che sorreggeva la tattica dei combattimenti, è diventato principio di strategia fra stati; ma l’esistenza in questione non è più quella, giuridica, della sovranità, ma quella, biologica, di una popolazione. Se il genocidio è il sogno dei poteri moderni, non è per una riattivazione del vecchio diritto di uccidere; è perché il potere si colloca e si esercita a livello della vita, della specie, della razza e dei fenomeni massicci di popolazione.

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non c’era alcun segno

Giunse a supporre che si trattasse magari di una burla, la vendetta di chissà chi, il ghiribizzo di un ubriacone. Se del resto era morta, non lo si sarebbe saputo? Ma no! non c’era alcun segno straordinario sulla campagna, il cielo era azzurro, i rami oscillavano al vento passò un gregge di pecore.

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tutto era menzogna

«Eppure lo amo» si diceva.
Perö non era felice, non lo era stata mai. E di dove veniva quell’inadeguatezza alla vita, quel rapido corrompersi di ogni cosa a cui lei si appoggiava? Ma se c’era chissà dove un essere forte e bello, un temperamento ricco, pieno di slancio e insieme di raffinatezza, un cuore di poeta in sembianze d’angelo, lira dalle code di bronzo capace di alzare al cielo epitalami elegiaci, perché mai lei non doveva trovarlo? Che sogno vano! Niente, del resto, valeva lo sforzo di una ricerca: tutto era menzogna. Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio annoiato, ogni gioia una maledizione, ogni piacere il disgusto, e i baci più appassionati non lasciavano sulle labbra se non l’impossibile desiderio di una voluttà più grande.

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le macerie di un poeta

Rinunciava dunque al flauto, ai voli lirici, all’immaginazione — perché ogni borghese, nei bollori della giovinezza, sia pure per un giorno, per un minuto, si è creduto capace d’immense passioni, di imprese eccelse. Il più mediocre libertino ha sognato sultane; ogni notaio si porta dentro le macerie di un poeta.

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la loro ronzante aureola di moscerini

Qui si allineavano le bestie, con il muso volto alla fune, in un’accozzaglia di groppe diseguali. Sonnacchiosi, i maiali grufolavano nel terreno; mugghiavano i vitelli; le pecore belavano. Con una zampa ripiegata, le mucche scodellavano il ventre sull’erba, e ruminando con lentezza palpebravano pesantemente dentro la loro ronzante aureola di moscerini.

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non poteva capacitarsi

Rientrata a casa, sulle prime trovò piacevole dare ordini ai sottoposti, ma in seguito prese a noia la campagna e rimpianse il convento. Quando Charles andò ai Bertaux per la prima volta, lei si sentiva profondamente delusa, senza più niente da imparare, negata ormai a possibili emozioni.
Ma l’ansietà di un nuovo stato, o forse il nervosismo che le causava la presenza di quell’uomo, erano bastate a convincerla che fosse finalmente sua quella meravigliosa passione fino ad allora vaga e planante nel fulgore dei cieli poetici come un grande uccello dalle piume rosate; — e adesso non poteva capacitarsi che la calma in cui viveva fosse la felicità tanto sognata.

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sirat: due appunti

mi è piaciuto l’equilibrio tra i generi che scardina le aspettative dello spettatore (ed è proprio questo equilibrio che mi sembra il punto: per chi non è riuscito non è riuscito il film – perché l’audiovisivo mi sembra difficile da criticare, tra le riprese paesaggistiche non scontate* e la musica di Kangding Ray**) e (per me) funziona proprio per questo: nei film di genere sai già cosa aspettarti, mentre questa commistione lascia lo spettatore destabilizzato, perché le grammatiche cinematografica e narrativa oscillano tra più posizioni e non si stabilizzano davvero in un unico filone

nonostante l’affinità puramente estetica/superficiale con i “film d’avventura con i camion e i deserti”***, la struttura è quella di uno slasher**** dove il mostro è la realtà e la salvezza (come in ogni slasher che si rispetti) non c’è. il sottotesto spirituale/metaforico poi rimane sempre presente, ma allo stesso tempo i personaggi a me sembrano verissimi e molto concreti, già mutilati dalla vita, sia reietti del mondo borghese sia ingenui occidentali che vanno a fare la fine di into the wild – ancora una volta un equilibrio che magari c’è magari no, per me sì e riesco a provare empatia (e quindi angoscia) per questi poveretti, nonostante non possa non vedere la loro posizione di colonialisti bianchi che vogliono solo ballare mentre il mondo brucia – ma una parte di me non li capisce?

*la contrapposizione tra i muri di casse e i muri di roccia, i puntini di luce dei camion nei deserti, ecc

**anche per questo, oltre che per l’asterisco precedente, da vedere al cinema assolutamente

***visti citati in qualche recensione, ma forse qualcuno è rimasto deluso proprio per un’aspettativa diversa e non ripagata, si torna all’equilibrio

****gli elementi ci sono tutti: il build-up, il gruppo isolato, i vari ruoli all’interno della compagnia, il fidarsi/non fidarsi, la costruzione (anche registica) delle morti, e poi alla fine, quando il mostro è uscito allo scoperto, la difficoltà di uscirne vivi, con le solite vittime sacrificali aggiuntive

come si può immaginare

Un giorno, di ritorno da una passeggiata, trovai Cassius seduto alla mia scrivania a leggere alcune delle poesie che avevo composto negli ultimi tempi. Quando mi avvicinai mi scrutò a fondo. «Robaccia!» disse.
Come si può immaginare rimasi esterefatto, e non tanto per il fatto che, a quanto pare, il mio barboncino dimostrava di saper leggere e parlare, quanto piuttosto per il giudizio, a mio parere, troppo severo.

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c’è forse modo

Quello stesso giorno, sul far della sera, mentre passeggiavo nel parco vidi Rutz seduto su una panchina. Leggeva un libro di dimensioni normali. Mi sedetti accanto a lui e gli chiesi cosa leggesse. Mi mostrò il libro. Si intitolava Mrs. Tinglesworth scopre un cadavere.
«E tu leggi questa roba?» chiesi meravigliato.
«Quando smonto; per distrarmi» disse tranquillamente.
«C’è forse modo di riposarsi dalla fatica di esistere?» chiesi con l’indice per così dire puntato. Ma lui non mi ascoltava. Aveva ripreso la sua lettura criminale. Era come se quella domanda l’avessi rivolta a me stesso. Proseguii pensieroso, rimuginando su quel problema di non facile soluzione.

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