Un libro di filosofia deve essere da un lato una specie particolarissima di romanzo poliziesco, dall’altro una sorta di fantascienza. Parlando di romanzo poliziesco, vogliamo dire che i concetti devono intervenire, con un’area di presenza, per risolvere una situazione locale, in quanto mutano anch’essi con i problemi, hanno delle sfere d’influenza, in cui si esercitano, come vedremo in seguito, in rapporto con dei «drammi» e per i tramiti di una certa «crudeltà». Devono avere una coerenza tra loro, ma questa coerenza non deve venire da loro, altra essendo la parte donde hanno da attingerla.
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Fantascienza, in un altro senso ancora, ove i punti deboli si denunciano. Come evitare di scrivere su qualcosa che non sia quello che non si sa, o che mal si conosce? Proprio su questo punto s’immagina di aver qualcosa da dire. Non si scive che al limite del proprio sapere, su quella punta estrema che separa il nostro sapere e la nostra ignoranza, e che fa passare l’una nell’altra. Soltanto così si è portati a scrivere.
[Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione (prefazione),
trad. Giuseppe Guglielmi, Il Mulino 1971, pp. 22-23]