Forse

Forse scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell’esistenza, quel nulla che si apre d’improvviso nelle ore e nei giorni, fra gli oggetti della camera, disucchiandoli in una desolazione e in un’insignificanza infinita. La paura, ha scritto Canetti, inventa dei nomi per distrarsi; il viaggiatore legge e annota nomi nelle stazioni che oltrepassa col suo treno, sugli angoli delle strade dove lo portano i suoi passi, e procede un po’ sollevato, soddisfatto di quell’ordine e di quella scansione del niente.

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Troppe letture

Di solito le mie letture procedono in maniera lineare, finito un libro sotto il prossimo, con pochi spazi per le letture in parallelo, eppure ultimamente mi capita il contrario. Temi e forme diverse, forse l’assenza del capolavoro che tiene incollato o l’approccio rizomatico (epilettico?) della lettura online che ormai mi ha divorato il cervello. L’inappetenza estiva scivola in mille rivoli di lingue e parole diverse.
Questo non mi impedisce di godermi le varie possibilità.
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When it is all up

When it is all up with Germany, when human beings cease to exist, and ants and cockroaches have taken over, and subsequently algae in the oceans that have started boiling; when the earth is then extinguished and the universe goes dark, collapsing in on itself to nothing, it is possible that something abstract will remain behind, perhaps something akin to a state of happiness. But I have a deep fear inside me that what will fill the darkness and the space that no longer exists will be a form of stupidity. It does not need a particular place, it is everywhere. Happiness, at least, requires open space.

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