esercizi di stile

Esercizi di stile

Ce l’ho fatta. Ho finito (e uploadato) anche il terzo ebook del blog.
Sono ovviamente gli Esercizi di stile dell’anno scorso, riveduti, corretti, più tre inediti. Per un totale di…ho perso il conto. 105 o 106 o 107, insomma da quelle parti.
QUI c’è l’ebook, QUI il pdf, QUI il link a tutti e due e agli altri ebook del blog.
Finita la pubblicità.

Esercizi di stile: natale in ufficio

Un impiegato (con la faccia di Christian De Sica) va in ufficio con la Vespa il giorno della vigilia, perché l’ha chiamato il suo capo per una cosa importantissima.
Quando l’ha detto alla moglie (bruttina, di mezz’età), questa gli ha rotto le palle per due ore perché neanche a Natale si può stare tranquilli. La moglie ha continuato a urlargli dalla finestra mentre l’impiegato prendeva la vespa.
Ora smadonna contro il capo con tipiche espressioni romane, anche se non siamo a Roma.
Arriva in ufficio ed entra tutto trafelato. Rischia di inciampare tre volte per le scale e borbotta ancora contro il capo che l’ha chiamato il giorno di Natale. Peccato che appena apre la porta dell’ufficio, dietro c’è il suddetto capo (con la faccia di Massimo Boldi). L’impiegato si genuflette fra parole come “illustrissimo” “magnifico” e simili.
Il capo fa finta di niente e lo chiama nel suo ufficio.
L’impiegato va, ma prima passa davanti alla segertaria del capo, giovane e buonissima. Le fa l’occhiolino e lei apparentemente e inspiegabilmente ricambia l’interesse.
Appena entra, il capo si mette le mani nei capelli (che non ha) e gli dice che ha un problema con la moglie, che è gelosa della segretaria e pensa che sia la sua amante. Al che l’impiegato dice “nessun problema”, la risolve lui la situazione! Basta che quando viene in ufficio la moglie oggi, gli faccia vedere che la segretaria se la fa con lui, l’impiegato (che nel frattempo ammicca e mostra la lingua più volte). Il capo fa vari gesti e facce buffe e accenna diverse parole senza finirne una, tipo “capit’… quindi tu… e poi… maremm’… ah la maiala”.
I due si intendono, ma fuori suona un clacson. Pensano sia la moglie del capo, e l’impiegato si appresta a uscire con la segretaria in atteggiamenti intimi (boccucce dell’impiegato, segretaria seminuda nonostante le temperature), ma in realtà è la moglie dell’impiegato che è venuta a rompergli le palle anche lì e ora lo vede e gli urla dietro, pensando sia andato in ufficio solo per tradirlo.
L’impiegato prova a spiegarsi, ma ovviamente non ci riesce e la moglie gli tira palle di neve addosso e non lo fa parlare.
Al che l’impiegato prova a chiamare il capo, che quando esce per provare a calmare la signora riceve puntuale una palla di neve con sasso dentro in testa. Il capo ansima e grida “maronn chemmale!” prima di stendersi a terra goffamente.
La donna sgomma via, mentre l’impiegato e la segretaria si chinano sul capo. L’impiegato va dentro a prendere la cassetta del pronto soccorso, quando arriva la moglie del capo che lo vede steso con la segretaria sopra in atteggiamenti ambigui. Si ripete la scena di cui sopra, solo che l’impiegato evita la palla di neve col sasso dentro che colpisce di nuovo il capo. Primo piano sul faccione che dice “eh ma allora lo fate apposta!”.
Battute e facezie varie, fino a che l’impiegato non si accorge che gli hanno rubato la vespa.
Ma in realtà è stato il figlio a prenderla per andare a prendere la bonazza di turno, con la quale avrà una veloce e improbabile storia adolescenziale, mentre suo padre e il capo continuano le gag con telefonate alle consorti e la segretaria che inspiegabilmente si fa la doccia in ufficio.
Alla fine si risolve tutto senza troppe spiegazioni e il capo riaccompagna a casa l’impiegato su di un macchinone ascoltando Scatman John, e finisce con il cenone della vigilia e le due famiglie riunite (senza la segretaria).

Esercizi di stile: massimalista

Esco e prendo la bicicletta, vecchia, arrugginita, ereditata dagli inquilini precedenti. La volevano buttare via, ma dopo essere passata per le mani di mio padre (come ama lui le biciclette, nessuno), mi è tornata più che comoda, trasportandomi quotidianamente al lavoro, esattamente come ora. Non che faccia tutto da sola, mi tocca sempre di pedalare e schiumare nel mio cappotto invernale a quindici strati, ma meglio che prendere un’auto (coi costi che ne conseguono) o i mezzi pubblici (vedi sopra). C’è da dire che d’inverno qualche dubbio mi viene. Ma fa niente, per sopportare il freddo mi copro bene e ascolto Elio e le storie tese, che mi distraggono quel tanto che basta a non pensare ai pedali cigolanti, le ruote sgonfie (mi scordo sempre di gonfiarle), il freddo che mi taglia la faccia e le mani. E poi abito vicino e appena arrivato in ufficio mi tolgo il summenzionato cappotto anti-tutto, i guanti, la sciarpa e il berretto, e aspetto di raggiungere un equilibrio con la temperatura interna dell’edificio, sbollendo un po’ sulla sedia. Di solito. Perché stamattina non faccio in tempo a sedermi che vengo chiamato dal capo reparto. Ora, sul capo reparto potrei scrivere un romanzo intero, senza raccontare alcunché, e potrebbe farlo anche lui, se solo sapesse scrivere. Lo guardo cianciare un po’, aggrovigliarsi nelle sue stesse frasi senza punteggiatura, nei periodi senza concordanza logica o grammaticale, nelle parentesi aperte e mai più chiuse, se non che a un certo punto si ferma (forse rendendosi conto egli stesso della propria peregrinazione verbale senza meta) e mi butta lì la classica, maledetta frase da ergastolo immediato (il mio): “vedi un po’ tu cosa puoi fare”.
In questo caso le soluzioni sono due, ma una delle due prevede il suddetto ergastolo. Mi limito quindi a chiedere delucidazioni, cercando di circostanziare il più possibile le mie domande, precise come un bisturi, intente a rimuovere tutto ciò che non mi è utile alla comprensione dei desideri del capo reparto. Il modo più semplice sarebbe rimuovere il capo reparto stesso, ma anche questo non è possibile, quindi mi limito a comprendere i desiderata: un’analisi tecnica dettagliata dell’ultima applicazione software acquistata dalla nostra azienda. Lo ripeto ad alta voce per averne conferma e quello inizia ad apparire un po’ scocciato della mia pedanteria, così prendo su e me ne vado, conscio (io, non lui) dell’immane lavoro richiesto, se solo non avessi altri mezzi a disposizione. Fare reverse engineering di un app proprietaria di cui non ho alcun documento se non un contratto (forse) e un paio di contatti sarebbe un’impresa improba anche se non improbabile, ma più che altro sarebbe un’impresa inutile e una gran perdita di tempo. Proprio perché un paio di contatti li ho (e se non li avessi avuti, li avrei cercati).
Non sto a elencare il giro di mail fatto, né il numero di partite a Ruzzle svolte nell’attesa paziente delle risposte (anche i dipendenti della software house avranno i loro lavori o le loro partite a Ruzzle da fare). Come prevedibile, il programmatore referente mi conferma di avere già a disposizione un’analisi tecnica dettagliata, solo di non averla ancora inviata alla mia azienda, in quanto non richiesta esplicitamente dal contratto. Come di consueto, mi spertico nei ringraziamenti e nelle lodi, anche se non ce n’è un gran bisogno, che fra sottomessi ci si comprende. Una volta arrivatami la mail con allegata la fin troppo citata analisi tecnica (un pdf di 47 pagine), leggo velocemente l’indice del documento e le parti che ritengo più interessanti, caso mai il capo reparto avesse la prontezza di fare qualche domanda (cosa di cui dubito fortemente).
Mi allaccio le scarpe, controllo l’orologio (le 12.24, quasi ora di andare in pausa pranzo), faccio un’ultima partita a Ruzzle, poi giro l’allegato al mio capo reparto. Non attendo che sia lui a chiamarmi, ma mi reco di persona nel suo ufficio, facendo un percorso che solo nella mia testa è parallelo a quello della mail inviata dal mio pc al suo (quando in realtà quel numero finito di 0 e 1 di cui è composto il mio “lavoro” è passato per la rete e i server aziendali, facendo un percorso molto più lungo del mio ed è arrivato comunque molto prima di me).
Quando mi affaccio all’ufficio del capo reparto, quello si è appena accorto della mia mail (non so come sia possibile, ma questa scena si ripete ogni volta che invio qualcosa al mio capo e poi vado a confermargliene l’invio di persona, come se in realtà la velocità della mia mail e delle mie gambe fosse esattamente la stessa) e alza la testa con segno di approvazione.
Mi ringrazia per il lavoro svolto e per la mia celerità. E non credo mi stia prendendo per il culo.

Esercizi di stile: minimalista

Vado in ufficio in bici ascoltando Alva Noto.
Il capo mi chiama. Fa un discorso vago.
A domanda precisa risponde che vuole un’analisi tecnica dell’ultima app acquistata. Non è compito mio, ma gli lascio credere che lo sia.
Contatto il referente dell’azienda. Mi manda l’analisi richiesta. La inoltro al capo.

Esercizi di stile: logo-rallye 4

(parole estratte: abito, danza, postprandiale, ingegno, ovile, schiena, Articles of faith)

Raggiungo l’ufficio in bicicletta, ascoltando gli Articles of faith. Il vento freddo soffia forte, mi taglia la faccia e le mani, ma ci sono abituato.
Sono abituato anche a essere convocato di prima mattina dal capo reparto per qualche suo problema d’ingegno. Quando entro nel suo ufficio, sta già camminando su e giù per la stanza, producendosi in una danza di gesti e parole inconcludenti a cui sono, appunto, abituato. Il suo abito pacchiano svolazza seguendo le braccia grassocce, le labbra sputano saliva oltre che parole inutili e parentesi interminabili.
Quando capisco cosa vuole da me, torno all’ovile e scrivo al referente dell’ultima app acquistata per ottenere, se possibile, un documento tecnico. Ricevo il tutto dopo pranzo, lo giro al capo reparto e torno nel suo ufficio. Quando mi vede entrare, raddrizza la schiena sorpreso. Era ancora nella sua apatica fase postprandiale e non si aspettava di ottenere già un qualche tipo di risultato, così mi ringrazia felice per l’efficienza e la rapidità.

Esercizi di stile: logo-rallye 3

(parole estratte: cinta, gengiva, matrice, logomachia, solenoide, Ebony Web)

Fa freddo e buio, in bici attacco la dinamo (che, per chi non lo sapesse, funziona secondo la legge di Faraday Neumann Lentz applicata a un solenoide) e ascolto gli Ebony Web (che, per chi non lo sapesse, sono un gruppo soul che ha inciso una sola canzone, per una compilation soul del 1996).
Arrivo al lavoro (che, per chi non lo sapesse, è il reparto IT di una grossa azienda locale), dove però non faccio in tempo a togliermi cappotto e cappello e dedicarmi alle mie solite matrici di dati (leggasi fogli Excel) che vengo convocato dal mio capo reparto (che per chi non lo sapesse è una persona che di informatica non sa pressoché nulla, nonostante sia il capo del reparto IT).
Inizia la sua logomachia che non ascolto neanche (per chi non lo sapesse, è anche una persona inconcludente e logorroica), che non servono davvero a comunicarmi un messaggio, ma apparentemente solo a mostrarmi le gengive canine. Come anche il suo camminare su e giù per la stanza e slacciarsi e riallacciarsi la cinta (che, per chi non lo sapesse, è il nome della cintura in sud Italia). Quando alla fine capisco cosa vuole posso ritirarmi nel mio ufficio a far finta di lavorare.
Contatto il referente dell’app di cui mi ha richiesto dettagli e ottengo un documento tecnico dettagliato (che, per chi non lo sapesse, avessi dovuto scriverlo io ci avrei perso delle settimane, non avendo sviluppato in prima persona l’applicazione). Giro il suddetto documento al capo reparto, che così è tutto felice.

Esercizi di stile: logo-rallye 2

(parole estratte: pupillo, gallina, lametta, monte, onicofagia, velo, Radion 6)

Raggiungo l’ufficio in bicicletta, ascoltanto i Radion 6, col freddo che mi taglia la faccia come una lametta.
Non faccio in tempo a togliermi il cappotto, che il capo mi convoca con la sua voce di gallina strozzata. C’è un problema. A meno che non sia stato preso da un attacco di onicofagia, a giudicare dallo stato delle sue unghie c’è un problema grosso. In realtà, il problema più grosso a quanto pare è la sua incapacità di esplicitare il problema. Si rivolge a me come al suo pupillo, ma riconosco la sua ipocrisia e non mi faccio illusioni. Quando riesco a squarciare il velo di parole inutili, comprendo cosa desidera e tiro un sospiro di sollievo.
L’analisi del software in questione sarebbe una grossa bega per me che non l’ho sviluppato, ma basta risolvere il problema a monte: contatto il referente dell’azienda che se n’è occupata e mi faccio mandare tutta la documentazione. Mi basta poi girarla al capo reparto che tuba al telefono interno per ringraziarmi ed elogiare la mia rapidità.

Esercizi di stile: logo-rallye 1

(parole estratte: bubbone, emergenza, imbrunire, crumiro, ripa, torre, Sabicas)

Mi muovo in sella alla mia bicicletta, ascolto i Sabicas, mentre vado in ufficio.
Ma non appena giungo alla torre di vetri nella quale trascorro la maggior parte della mia vita, vengo chiamato da quel crumiro del capo reparto. Lo trovo nel suo ufficio che va su e giù coi piedi storti e le gambe larghe, come un uccello di ripa. Non si capisce bene cosa voglia, ma si capisce che è un’emergenza.
Torno al mio posto di lavoro e contatto il referente per l’ultima app aziendale, esplosa come un bubbone nelle mani incapaci del mio capo reparto. Quelli mi mandano un documento dettagliato che giro al suddetto palmipede, il quale aspetta l’imbrunire per ringraziarmi tutto contento.

Esercizi di stile: surreale

Cammino su trampoli oscenamente lunghi, quando mi trovo davanti a un solido che non rispetta alcuna regola euclidea. Intuisco la sua provenienza professionale ed entro dalla finestra.
All’interno le persone camminano sul soffitto e parlano al contrario. Mi mostro subito indaffarato, pur sempre ascoltando un quadro di Dalì. Roteo le braccia in sensi opposti, ma subito mi si avvicina un cono di cemento con pieghe incredibilmente umane. Lontano un barrito mi riporta i pagliacci al pensiero e corro subito dietro al loro pallone. Purtroppo, rimbalza in ogni direzione e io non so più che gravità rispettare. Il cono di cemento si è fatto teschio e mi insegue, indicando pareti squagliate al suo passaggio. Tutto si scioglie e mi decido a regalargli un orologio senza lancette. Solo allora vomita parole solide che mi preoccupo di restituire a quella bocca gigantesca. Peccato che anche lei navighi all’interno di un volto grande come la mia intera persona. Impiego un po’ a ricomporre i connotati, oltre che le frasi, ma infine mi sembra di aver fatto un buon lavoro, perché il volto gaudente mi indica la via per uscire dal labirinto di panna montata nel quale mi ero cacciato.

Esercizi di stile: apostrofe

O mio ipocrita lettore, mio simile, mio amico, perdonami se cito Guccini (che a sua volta cita altre fonti più letterarie), ma conosci la mia propensione, il mio apprezzamento per il cantautore emiliano. Sai bene anche del freddo col quale combatto ogni mattina per giungere al lavoro in bicicletta, pur di non tardare di un minuto davanti alla timbratrice che ti descrivetti anche tempo addietro.
E allora perché tu, capo reparto borioso, tu mi convochi con tutta urgenza, senza neanche sapere di cosa blaterare, chiedere, ordinare. Perché mi abbai contro, come un cane impotente, facendo richieste insensate per la tua posizione come per la mia. Tu non immagini quanto sia difficile e allo stesso tempo semplice adempire alle tue futili richieste. Non lo immagini perché sorridi felice e mi ringrazi, quando quello stesso pomeriggio ti inoltro un documento come fosse prodotto del mio faticoso lavoro, quando ti sarebbe stato sufficiente l’invio dei una mail, come è stato sufficiente per me.
Perdonami per queste parole dense di livore, ma a volte mi esasperi tu, mio ipocrita datore di lavoro.