libri

Fine Millennio e altre letture

Avendo assodato che anche i più grandi scrittori/lettori prendevano appunti per ricordarsi dei libri letti, sono giunto alla conclusioni di poter fare altrettanto anch’io. Scrivere recensioni o presunte tali è sempre stato un equivoco suggerito da social network, blog e quant’altro, visto che si possono scrivere semplici commenti, non necessariamente critici né indirizzati ad altri che allo scrittore stesso (come un po’ tutta la letteratura, mi viene da dire). Rimane il dubbio di come commentare libri già sviscerati ovunque da chiunque, cosa aggiungere al mare magnum di parole accumulate, già più voluminose dei libri stessi che si prefiggono di valutare? La valutazione d’altronde è un’altra stortura/stonatura alla quale non mi voglio prestare. Ripenso spesso alla questione durante i miei tragitti in metro da lavoratore pendolare (attraversare Berlino richiede circa 30-40′ a tratta, cinque giorni la settimana). Questi stessi tragitti si stanno rivelando tra l’altro propedeutici a un ritmo di letture più elevato del solito, andando a scandirlo con insolita regolarità. Divorando una quantità di pagine superiore alla (mia attuale) norma, macino anche le letture più disparate, spesso parallelizzando anche forme e formati diversi.
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Analysis Paralysis

Ogni volta che progetto, avverto la tragicità della condizione in cui sono, senza poterne uscire: ma tuttavia progetto proprio perché a questa tragicità oppongo la possibilità di una positività, che è il mutamento di ciò che è, che io attuo nel protendermi verso il futuro. Progetto, libertà e condizione si articolano dunque mentre io avverto questa connessione di strutture del mio agire secondo una dimensione di responsabilità. Questo Husserl avverte quando dice che in questo essere “diretto” dell’io verso scopi possibili si stabilice come una “teleologia ideale” e che “il futuro come ‘avere’ possibile rispetto alla futurità originaria in cui già sempre sono è la prefigurazione universale dello scopo della vita”.
In altri termini dunque l’essere io situato in una dimensione temporale fa sì che avverta la gravità e la difficoltà delle me decisioni, ma che avverta in pari tempo il fatto che devo decidere, che sono io a dover decidere e che questo mio decidere si collega a una serie indefinita di dover-decidere che coinvolge tutti gli altri uomini.

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Turismo espanso

Questo libricino (L’arte espansa, Le Vele Einaudi 108) in meno di cento pagine riassume, riordina e chiarisce tutti i pensieri e dubbi che mi erano sorti in anni sempre più confusi da visitatore/ammiratore dell’arte (moderna e non). Il cortocircuito evidenziato(mi) da Broodthaers solo quest’anno (ma suggerito(mi) da Duchamp fin dalla mia fanciullezza) è tanto affascinante quanto desolante, e viene riassunto, nella sua devastante totalità in queste poche pagine da Mario Perniola. Che io non conoscevo, ma che ora ammiro se non altro per la chiarezza espositiva, se non per dare voce e ordine alle domande che mi giravano per la testa.
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City of glass

Sto usando la scusa della mia prima visita a New York per rileggermi la Trilogia di New York, questa volta in inglese.
Iniziando City of glass ho pensato che questa era la quarta o quinta volta che lo leggevo (fra traduzione italiana, fumetto (prima in spagnolo poi in italiano)), ma che non ricordavo esattamente quell’incipit lì (e anche le pagine successive sono una sorpresa grande quasi quanto la prima volta).
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Un amore

Ho iniziato a leggere Un amore di Dino Buzzati.
Come molti dei miei libri, l’ho comprato usato, e quindi è vecchio, plastificato, ma soprattutto ha scritte e timbri all’interno. In prima e ultima pagina c’è scritto:

“Questo libro è stupendo”

“È bellissimo” “è vero!”

“Leggetelo… è bellissimo!”

“Leggete assolutamente questo libro xché è veramente bello!”

“Ciao 2°A”

Oltre al fatto che mi incuriosisce molto, che questo libro sia piaciuto così tanto a così tante ragazze delle superiori (questo libro era di una biblioteca scolastica di un Istituto Tecnico Femminile, qualunque cosa volesse dire), queste scritte mi hanno ricordato quella sulla confezione del gorgonzola dolce Igor, che ho appena preso al supermercato, che fa così (compreso l’accento sbagliato sulla i):

“Ma come fanno a farlo cosí buono?”