divagazioni

Il continuo ritorno

Non sono più emozionato come le prime volte che tornavo a camminare nella mia piccola città, ho iniziato ad accettare (e dare per scontata) la mia doppia (molteplice) cittadinanza.

Però continuo a vedere ancora (sempre di più) questi luoghi e queste persone con occhi estranei/stranieri. I vecchi in bici, col basco, con la pipa, che gesticolano borbottano esclamano, le donne al mercato, chine, basse, rumorose, i giovani dai lineamenti, barbe, capelli, visi, vestiti scuri, giacche sciarpe sciarpine scarpe ritagliate sulle persone, gli sguardi fin troppo espressivi e curiosi, le parole, così tante lasciate nell’aria, fra le persone, sovrapposte incerte abbozzate esclamate complici compunte cantate. I silenzi come segni di interpunzione, non come spazi infiniti.

AI al cinema

Dopo aver visto il terzo (Automata, gli altri due sono Her e Ex Machina) film americano più o meno indipendente degli ultimi anni con tema AI come superamento dell’essere umano, ho capito che (con una ventina d’anni di ritardo sui jappi) l’intelligenza artificiale sarà la nuova bomba atomica.
Non che di AI non se ne sia mai parlato in fantascienza (anzi), ma la riflessione non era mai stata così concreta, attuale e mainstream come ora. Il cinema americano propone una scifi sempre edulcorata ma che va a toccare da vicino i timori dell’uomo comune (e di alcuni scienziati), pur essendo più possibilista che catastrofica (almeno in questi tre film).
Continue Reading →

Migranti e zombie

Questa settimana ho letto un articolo inglese su Internazionale, a proposito dell’immigrazione e dell’intolleranza. Ne copio un estratto.

Il fascismo nasce quando una società profondamente divisa dal punto di vista sociale viene spinta a unirsi contro una presunta minaccia esterna. È quel terrificante “loro” che dà la falsa iimpressione che ci sia un “noi” da difendere.

[Laurie Penny, L’intolleranza è il vero pericolo per l’Europa, Internazionale del 28.08.2015, trad. Bruna Tortorella]
In realtà anche il resto è molto interessante, citando fatti di cronaca, evidenziando i paradossi delle accuse agli immigrati e facendo simpatici parallelismi con le accuse agli ebrei negli anni ’30. Ma direi che il grosso è racchiuso nelle due frasi sopra.

In settimana ho anche visto la miniserie Dead Set. È una serie di Charlie Brooker (How TV Ruined Your Life, How Videogames Changed the World, e tanto altro, ma soprattutto Black Mirror) basata sugli zombie e sui concorrenti di un Grande Fratello inglese.
Non c’è bisogno di molta immaginazione per fare i collegamenti e capire la sottile metafora degli spettatori (ma anche lavoratori della tv e concorrenti)-zombie.

Ora, gli zombie sono nati come lavoratori nelle Hawaii ma si prestano (e si sono prestati) a incarnare diverse metafore all’inerno del capitalismo e del consumismo (e di qualunque sistema sociale direi), prima di diventare una moda vuota di significato di recente.
Nel caso dei migranti, si prestano fin troppo bene a incarnare la visione apocalittica e distorta nelle parole dei populisti e nelle paure della gente, per cui mi chiedo se e quando qualcuno sfrutterà la cosa (complice anche la suddetta moda) di sfruttare ancora una volta la figura dello zombie, ma per ribaltarne l’immagine e la metafora. Un po’ come hanno fatto (brillantemente) in Les Revenants. Anche se i Revenants non sono esattamente Zombie.

Malditesta

Quando sto al buio, steso, con gli occhi chiusi, senza dormire, e sento i rumori dell’attività altrui, i passi, i clangori, i ticchettii, i fruscii, i bisbigli, le voci, le note, gli scontri, i cigolii, le collusioni, gli scatti, gli sfregamenti, i risciacqui, i tonfi, le cadute, mi sembra tutto troppo veloce e frenetico, ogni suono e gesto immaginato (gli stessi gesti che normalmente riproduco senza problemi e anche più veloci di quanto possa immaginare o sentire) mi fa venire la nausea e il mal di testa al solo pensiero.
Ma di solito, quando sto al buio, steso con gli occhi chiusi, senza dormire, è perché ho già la nusea e il mal di testa.

Prospettive storiche

Quando leggo saggi storici (quasi mai), mi stupisco sempre di quanto velocemente siano trattati i decenni, i secoli. Periodi storici sorvolati con qualche frase.

È ovvio e tutto normale, ma poi mi viene naturale cercare di vedere il presente in prospettiva e faccio fatica.
Pensando alla tecnologia in particolare (penso sia la cosa che ha influenzato di più la vita quotidiana (e quindi tutto?) del mondo occidentale negli ultimi trent’anni), mi chiedo come si possano liquidare certi passaggi e i relativi spostamenti sociali e se mai qualcuno si ricorderà dei sentimenti pionieristici dei primissimi blogger, dei siti anni ’90, delle piattaforme anni ’00, della connessione a 56k, dei cellulari non connessi, di quando i computer erano considerati oggetti speciali e non ancora divenuti una delle tante appendici dell’internet delle cose.
Chi spiegherà invece i fenomeni odierni, chi spiegherà come e quando facebook ha sostituito internet (per una marea di persone), chi spiegherà cosa è stato facebook, chi sviscererà il fenomeno delle youtuber? Come si spiegherà ai posteri che delle ragazze ventenni sono diventate ricche riprendendosi mentra fanno colazione o svuotano la propria borsetta?

Prima o poi (quando?) un saggio antroposociologico su come, quanto e quante volte la tecnologia ha cambiato la vita quotidiana, la mentalità e l’approccio alle cose (dell’internet) negli ultimi trent’anni sarà necessario, interessante, bellissimo e mostruoso.

Cose che non capisco

Di cose che non capisco ce ne sono tante, ma c’è ad esempio questa che mi dà fastidio.
Molti miei amici, anche appassionati e acculturati di cinema, o blog che seguo, di cui non mi dispiacciono i gusti e le valutazioni, ecco questi miei (in qualche modo) riferimenti vanno a vedere film di merda.
E vabbé, questo sarebbe scusabile, ma li vanno a vedere tutti, consapevoli che siano film di merda, stroncandoli dopo averli visti. Ma mai che ne saltassero uno.
Potrei citare i film Marvel (uno qualsiasi), l’ultimo arrivato Jurassic World, eccetera. E poi l’effetto nostalgia sui 30-40enni, il nuovo Ghostbusters in produzione e stronzate così, non si possono sentire a prescindere. Non sono neanche più film, ma prodotti di marketing da prima che escano, fan service di 120 minuti, nient’altro. Che io posso capire un bambino che li va a vedere (ma anche da bambino, magari si salvasse qualcuno), o un appassionato (nerd è una parola troppo inflazionata e non significa più niente ormai) di fumetti americani che si va a vedere i primi film dei Marvel Studios. Poi però capisci che sono una merda e bon. Non c’è bisogno di vederli tutti, per poterne parlare male. Non c’è proprio bisogno di vederli.
E poi non ci sarebbe neanche bisogno di parlarne. Basta. Non se ne può più. Non c’è limite al peggio. Terminator Genesys no dai.

Due teorie da Pimkie

Ero lì da Pimkie che mi guardavo attorno e ho notato la sintesi dei gesti delle clienti e delle dipendenti. Così ho potuto sfruttare qualche minuto di attesa e osservazione antropologica per elaborare un paio di teorie.

  1. A seconda di quanto osservato, ho dedotto che il numero dei movimenti degli esseri umani (non voglio fare specificazioni di genere, nonostante il campione in esame fosse unicamente di sesso femminile) sia finito e decisamente basso. Specie in un negozio di vestiti.
  2. Vista la disinvoltura e gli automatismi meno marcati negli esemplari più giovani, ho dedotto anche che questo numero finito di gesti sia in realtà molto più grande (forse potenzialmente infinito!) alla nascita, e che con lo sviluppo non si impari nulla, ma ci si limiti a sempre meno movimenti, sempre più simili.

Spero di non tornare da Pimkie a breve.

Ispytanie

Spesso mi scordo di avere strumenti di analisi del traffico anche su questo blog.
Non ha molto senso, ma ogni tanto me ne ricordo e controllo quel flusso di informazioni con la curiosità di un bambino. Penso che c’è anche gente che fa questo per lavoro, ma per fortuna non sono io.
Continue Reading →

La tecnologia nei libri

Il libro che ho appena finito (Dora – un caso clinico – di Lidia Yuknavitch) fa un uso un po’ goffo della tecnologia. E non sarebbe un problema, quasi chiunque (me compreso, sia chiaro) fa un uso un po’ goffo della tecnologia, nei libri poi. Non sarebbe un problema se non vi insistesse così tanto.
Continue Reading →