Percival Everett

Apatia

Dire “chi se ne frega” richiede uno sforzo che l’essere davvero privi di preoccupazioni non sarebbe in grado di generare. Se John se ne frega che tu gli abbia rigato la sua nuova macchina con un chiodo arrugginito, allora se ne andrà senza aprire bocca. La mia apatia sta alla tua apatia come la nostra idea di ateismo sta all’idea di ateismo del Quindicesimo e del Sedicesimo secolo.

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Percival Everett di Virgil Russell di Percival Everett

Ho finito in questi giorni un libro un po’ particolare. Molto particolare.
Nonostante sia il primo che leggo di Percival Everett, credo/temo sia un libro che guadagnerebbe molto dalla conoscenza della bibliografia precedente dell’autore (un po’ come Viaggi nello scriptorium di Auster), ma già per il fatto che si faccia una gran fatica a dire di cosa parla mi piace, e molto.
Così ho citato qualche brano qua e là.
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Esistono solo aspettative

Il nocciolo della faccenda, un’espressione che mi ha sempre irritato, insieme a è tutta questione di e non per dire niente ma, il nocciolo della faccenda è che ti sei sempre sentito in colpa per esserti concentrato sulla tua vita, hai sempre pensato che la distanza tra noi, dai tuoi genitori, una distanza spaziale, temporale o emotiva, fosse una cosa brutta, vergognosa, da coprire, un sintomo del tuo fallimento come figlio. Be’, lascia che ti riveli una cosa, è tutto un fallimento, abbiamo tutti fallito, come figli, come padri, come madri, come fratelli. È una verità necessaria. Non esistono regole ma ce ne sentiamo vincolati, non esistono doveri da assolvere, esistono solo aspettative, inarticolate e arbitrarie e amorfe e cangianti, aspettative simili a manciate di gelatina che tentiamo di puntellare alle pareti di casa e si ostinano a scivolare a terra e a sciogliersi e a fermentare e a trasformarsi in senso di colpa e altro ancora.

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L’assurdo

Ho vissuto molto più a lungo di quanto ritenga necessario secondo le regole del buon gusto e dell’etichetta, solo per arrivare a questo punto, in questo posto, a questa verità: la costruzione di un enunciato assurdo richiede una comprensione delle strutture ubique e inerenti del significato molto maggiore di quella impiegata per formulare la più semplice e banale delle affermazioni e, una volta pronunciato, il più nitido e chiaro dei capolavori dell’assurdo non fa che sottolineare l’incapacità degli altri di capire qualunque cosa.

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Questa favola non ha morale

Parlando in senso stretto, e a me piace parlare in senso stretto, in questo mondo non esistono affermazioni ma soltanto frasi, isolate dal mondo reale dalle loro iniziali e dal punto fermo, o da quello interrogativo, o semplicemente dal fatto che prima o poi finiscono, impermeabili a qualsiasi scambio reale tra i cosiddetti parlanti. Molto zen da parte mia, infatti, in-fatti. Resta con me, figlio, questa favola non ha morale.

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