Author Archives: lerio

Un abisso

Il veo fondamento, che sta alla base del nostro domandare metafisico e perciò della metafisica stessa, non è un fondamento, ma un non-fondamento, un abisso. Non è un Qualcosa che trasmetta sicurezza, ma è piuttosto il Nulla. La nostra esistenza, di per sé metafisica, poggia su una fondamentale infondatezza.

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Letture del 2020

Anche quest’anno qualche lettura dal nuovo millennio (e non).

la grande cecità – amitav ghosh 2017
casa di foglie – mark z. danielewski 2000 / 2020
trilogia della città di k. – ágota kristóf 1998 (1986)
febbre da fieno – stanisław lem 2020 (1975)
satin island – tom mc carthy 2015
le venti giornate di torino – giorgio de maria 1977 / 2017
oval – elvia wilk 2019
dalle rovine – luciano funetta 2015
il tempo degli stregoni – wolfram eilenberger 2018
ballardismo applicato – simon sellars 2020 (2018)
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Non aspettarsi niente

Leggendo L’impero del sole, di Ballard, continua a tornarmi in mente Essere senza destino, di Kertész: due scrittori che parlano della loro esperienza di bambini in campi di prigionia e nella guerra. Non è solo il tema, ovviamente, a ritornare ma anche l’approccio e le considerazioni di quei bambini. Entrambi dicono esplicitamente di non aspettarsi nulla dal mondo e dagli altri esseri umani, per cui non vivono l’esperienza con l’eccezionalità degli adulti, riescono persino fare ironia (ed è quella che fa più male, soprattutto in Kertész): danno per scontata e imparano da subito la crudeltà umana e la morte. I due bambini non provano astio verso i propri carcerieri o verso i nemici nominali determinati dagli schieramenti in conflitto, non attribuiscono valori intrinsecamente positivi alle nazionalità dei vari incontri, al massimo identificano l’intero genere umano nel vero nemico, come il professor Fuyutsuki in EoE. Il Jim di Ballard ripete almeno un paio di volte l’epifania di essere già morto, una consapevolezza che lo slega da qualunque contesto/legame sociale strutturato e lo pone di lato, al di là di tutto ciò che avviene davanti attorno dentro di lui; non ricordo se Kertész usasse le stesse parole, ma mi sembra che il concetto riverberasse anche nelle sue pagine, attraverso i suoi scritti successivi (almeno fino a quando, ne L’ultimo diario, la vecchiaia forse lo fa aggrappare a qualcosa di più terreno, schemi già visti e meno interessanti) fino a sublimare nell’esplicitazione della futilità della vita in sé, non della vita nei campi.

I popoli primitivi

I popoli primitivi sono tali non perché il modello culturale che avevano originariamente elaborato fosse barbaro e inservibile (perché anzi si adattava alla situazione per la quale era stato creato), ma perché questo modello non ha saputo evolversi; adagiandovisi staticamente i rappresentanti di quella cultua non sono più stati capaci di interpretarla in tutte le sue possibilità originarie e hanno continuato ad accettare le sue assunzioni originarie come formule vuote, elementi di rituale, tabù inviolabili.

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L’alienazione

L’alienazione costituisce per l’uomo moderno una condizione come la mancanza di gravità per il pilota spaziale: una condizione in cui imparare a muoversi e a individuare le nuove possibilità di autonomia, le direzioni di libertà possibile. Vivere nell’alienazione non vuol dire, peraltro, vivere accettando l’alienazione, ma vivere accettando una serie di rapporti che vengono tuttavia costantemente messi a fuoco da una intentio secunda che ci permetta di vederli in trasparenza, di denunciarne le possibilità paralizzanti; rapporti da agire demistificandoli di continuo, senza che demistificarli voglia dire annullarli.

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