SátántangógnatnátáS

Guardò tristemente il cielo funesto, i residui riarsi dell’estate segnata dall’invasione delle cavallette, e d’improvviso su un unico ramoscello d’acacia vide passare la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno, e gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell’eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l’assurdo per necessità… e vide se stesso, sulla coce della culla e della bara, mentre con fatica si contraeva ancora un’ultima volta, per poi ritrovarsi, in virtù di un ordine perentorio e ineluttabile, completamente nudo – senza alcun segno di distinzione o d’identificazione – nelle mani dei beccamorti, tra i ghigni di quegli indaffarati scuoiatori di cadaveri, dove non poteva non cogliere la misura di tutte le cose umane, senza un’ombra di pietà, senza che ci fosse anche un solo sentiero a riportarlo indietro, perché a quel punto sarebbe stato ormai consapevole del fatto che aveva sempre giocato con bari contro cui non era possibile vincere, essendo tutte le carte del gioco predeterminate: si trattava di una partita truccata alla fine della quale sarebbe stato prvato anche dell’ultima sua arma, la speranza, la speranza di poter un giorno ritrovare la strada di casa.

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Sátántangó

Il fragile arco che portava dalla sua nascita alla sua morte scompariva in mezzo alla muta lotta dei mari che rovinavano e delle catene montuose che si innalzavano, e subito ebbe la sensazione di sentire sotto al proprio corpo obeso adagiato sulla sedia quel debole tremolio che poteva essere il segno premonitore della prossima marea in arrivo, una specie di ammonimento sull’inutilità di qualsiasi tentativo di fuga; eppure a quell’impulso irresistibile di fuggire avrebbe comunque ceduto anche lui, buttandosi così nella folle corsa insieme ai selvaggi, impazziti, spaventosi stuoli di cervi, orsi, lepri, caprioli, ratti, insetti, lucertole, cani e persone – altrettante vite senza scopo e senza senso lanciate in una precipitosa corsa verso una comune e incomprensibile fine -, mentre sopra di loro il volo degli uccelli streamti e stramazzanti al suolo rimaneva ormai l’unica speranza. Per un attimo prese forma nella sua mente la vaga idea che probabilmente sarebbe stato più saggio desistere da ulteriori esperimenti e dedicare le energie così liberatesi all'”annullamento dei propri desideri”, rinunciando per gradi al cibo, all’alcol, alle sigarette, scegliendo il silenzio invece del continuo tormento di denominare le cose, raggiungendo in pochi mesi o forse già dopo un paio di settimane lo stato di un’esistenza senza scorie, che invece di lasciare indietro tracce di se stesso avrebbe potuto dissolversi nell’anonimato e definitivo silenzio che continuava comunque a chiamarlo con insistenza; ben presto però ritenne che tutto ciò fosse ridicolo, o che comunque non fosse altro che debolezza nata dalla paura e dal senso di dignità. Svuotò quindi con un po’ di angoscia il bicchierino di pálinka che si era preparato e subito lo riempì di nuovo, perché il bicchiere vuoto gli procurava sempre una certa ansia.
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The crawling chaos

I do not recall distinctly when it began, but it was months ago. The general tension was horrible. To a season of political and social upheaval was added a strange and brooding apprehension of hideous physical danger; a danger widespread and all-embracing, such a danger as may be imagined only in the most terrible phantasms of the night. I recall that the people went about with pale and worried faces, and whispered warnings and prophecies which no one dared consciously repeat or acknowledge to himself that he had heard. A sense of monstrous guilt was upon the land, and out of the abysses between the stars swept chill currents that made men shiver in dark and lonely places. There was a daemoniac alteration in the sequence of the seasons—the autumn heat lingered fearsomely, and everyone felt that the world and perhaps the universe had passed from the control of known gods or forces to that of gods or forces which were unknown.

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Il segreto di Dei e re

EGISTO
Non ho segreti.

GIOVE
Sì. Lo stesso del mio. Il doloroso segreto degli Dei e dei re: è che gli uomini sono liberi. Sono liberi, Egisto. Tu lo sai, e loro non lo sanno.

EGISTO
Perbacco, se lo sapessero, darebbero fuoco ai quattro canti del mio palazzo. Sono quindici anni ch’io recito la commedia per nascondere a essi il loro potere.

GIOVE
Vedi bene che siamo pari.
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Un abisso

Il veo fondamento, che sta alla base del nostro domandare metafisico e perciò della metafisica stessa, non è un fondamento, ma un non-fondamento, un abisso. Non è un Qualcosa che trasmetta sicurezza, ma è piuttosto il Nulla. La nostra esistenza, di per sé metafisica, poggia su una fondamentale infondatezza.

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Letture del 2020

Anche quest’anno qualche lettura dal nuovo millennio (e non).

la grande cecità – amitav ghosh 2017
casa di foglie – mark z. danielewski 2000 / 2020
trilogia della città di k. – ágota kristóf 1998 (1986)
febbre da fieno – stanisław lem 2020 (1975)
satin island – tom mc carthy 2015
le venti giornate di torino – giorgio de maria 1977 / 2017
oval – elvia wilk 2019
dalle rovine – luciano funetta 2015
il tempo degli stregoni – wolfram eilenberger 2018
ballardismo applicato – simon sellars 2020 (2018)
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Non aspettarsi niente

Leggendo L’impero del sole, di Ballard, continua a tornarmi in mente Essere senza destino, di Kertész: due scrittori che parlano della loro esperienza di bambini in campi di prigionia e nella guerra. Non è solo il tema, ovviamente, a ritornare ma anche l’approccio e le considerazioni di quei bambini. Entrambi dicono esplicitamente di non aspettarsi nulla dal mondo e dagli altri esseri umani, per cui non vivono l’esperienza con l’eccezionalità degli adulti, riescono persino fare ironia (ed è quella che fa più male, soprattutto in Kertész): danno per scontata e imparano da subito la crudeltà umana e la morte. I due bambini non provano astio verso i propri carcerieri o verso i nemici nominali determinati dagli schieramenti in conflitto, non attribuiscono valori intrinsecamente positivi alle nazionalità dei vari incontri, al massimo identificano l’intero genere umano nel vero nemico, come il professor Fuyutsuki in EoE. Il Jim di Ballard ripete almeno un paio di volte l’epifania di essere già morto, una consapevolezza che lo slega da qualunque contesto/legame sociale strutturato e lo pone di lato, al di là di tutto ciò che avviene davanti attorno dentro di lui; non ricordo se Kertész usasse le stesse parole, ma mi sembra che il concetto riverberasse anche nelle sue pagine, attraverso i suoi scritti successivi (almeno fino a quando, ne L’ultimo diario, la vecchiaia forse lo fa aggrappare a qualcosa di più terreno, schemi già visti e meno interessanti) fino a sublimare nell’esplicitazione della futilità della vita in sé, non della vita nei campi.