E io?

Ma se non c’è più quel tempo, se non esiste, si può dire cos’era, com’era? Il non-essere non è, diceva nell’aula accanto alla sua il collega di filosofia, non è mai stato. E io? Eppure…

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Il sogno politico della peste

“Lei potrà citarmi Tucidide. O Lucrezio. O Camus. E io non potrò che dirmi d’accordo. Però le faccio notare che, accanto a questo sogno orgiastico della peste, ne esiste un altro diametralmente opposto: il sogno politico della peste. La peste diventa il momento meraviglioso nel quale il potere esercita sé stesso con possente pienezza. La suddivisione della popolazione è portata al suo punto estremo, ogni messaggio distonico o contrastante è sanzionato, così come viene sanzionata la confusione sociale e il contatto libero e indisciplinato, e appunto per questo promiscuo.”

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La tua tesi

Ma tu insisti nella tua tesi che io sia malato. Se così fosse, la mia malattia non sarebbe più grave della tua, o di quella di un qualunque altro uomo che capesta questa Terra, perché tutti viviamo nella confortevole illusione di un mondo provvisto di senso.

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Se ci pensi

Se ci pensi, Enne, noi esseri umani viviamo sopra zolle di crosta terrestre che si spostano sopra un mare di magma ribollente, e la vita che pure prolifera su queste gigantesche zattere non può non contenere una certa dose di rischio.

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Una forma educata di suicidio

Il peccato originale introduce la morte, che prende possesso della vita, la fa sentire insopportabile in ogni ora che essa arreca nel suo trascorrere, e costringe a distruggere il tempo della vita, a farlo passare presto, come una malattia; ammazzare il tempo, una forma educata di suicidio.

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Se perdi un secondo

Il tempo attribuitoti è così breve che, se perdi un secondo, hai perduto già tutta la vita, perché essa non dura di più, dura sempre solo quanto il tempo che perdi.

[Franz Kafka, Piccola favola (Fürsprecher),
da Tutti i racconti, Newton Compton 1974, trad. Giulio Raio]