Certezze

Siamo i rivelatori dell’essere, questo lo sappiamo, ma sappiamo anche che non ne siamo i produttori. Questo paesaggio, se gli voltiamo le spalle, marcirà senza testimoni nella sua permanenza oscura. Se non altro marcirà: nessuno è così pazzo da credere che sarà annientato. Noi saremo annientati, ma la terra rimarrà nel suo letargo finché un’altra coscienza non verrà a risvegliarla. Così, alla nostra certezza intima di essere «rivelanti» si aggiunge quella d’essere inessenziali nei confronti della cosa svelata.
Uno dei principali motivi della creazione artistica è certamente il bisogno di sentirci essenziali nei confronti del mondo.

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Cartesio vs AI

Renato anticipa di circa 400 anni lo stato delle attuali(?) intelligenze artificiali, inevitabilmente specific purpose (contro l’ipotetica e fantascientifica general purpose ai):

Il secondo mezzo [per distinguere le macchine replicanti dagli uomini] è che queste macchine, anche se facessero altrettanto bene o forse meglio di chiunque di noi in molte cose, si sbaglierebbero infallibilmente in altre, in base alle quali scopriremmo che non agiscono per conoscenza ma soltanto per la disposizione degli organi. Infatti, mentre la ragione è uno strumento universale che può servire in ogni genere di circostanza, questi organi hanno bisogno di una disposizione particolare per ogni azione particolare; ne consegue che è moralmente impossibile che in una macchina ci siano disposizione diverse sufficienti a farla agire in tutte le circostanze della vita nello stesso modo in cui ci fa agire la ragione.

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Le origini del capitalismo

Quel che si chiama isolamento nella sfera politica prende il nome di estraniazione nella sfera dei rapporti sociali. L’isolamento e l’estraniazione non sono la stessa cosa. Posso essere isolato – cioè in una situazione in cui non posso agire perché non c’è nessuno disposto ad agire con me – senza essere estraniato; e posso essere estraniato – cioè in una situazione in cui come persona mi sento abbandonato dal consorzio umano – senza essere isolato. L’isolamento è quel vicolo cieco in cui gli uomini si trovano spinti quando viene distrutta la sfera politica della loro vita, la sfera in cui essi operano insieme nel perseguimento di un interesse comune.

Mentre l’isolamento concerne soltanto l’aspetto politico della vita, l’estraniazione concerne la vita umana nel suo insieme. Il regime capitalistico, al pari di ogni tirannide, non può certo esistere senza distruggere il settore pubblico, senza distruggere con l’isolamento le capacità politiche degli uomini. Ma esso come forma di governo è nuovo in quanto, lungi dall’accontentarsi dell’isolamento, distrugge anche la vita privata. Si basa sull’estraniazione, sul senso di non appartenenza al mondo, che è fra le piú radicali e disperate esperienze umane.

Quel che prepara cosí bene gli uomini moderni al dominio capitalistico è l’estraniazione che da esperienza limite, usualmente subita in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata un’esperienza quotidiana delle masse crescenti del nostro secolo. L’inesorabile processo in cui il capitalismo inserisce le masse da esso organizzate appare come un’evasione suicida da questa realtà.

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severo ma giusto

Leggendo L’idiota, l’altro giorno mi è capitato sotto gli occhi severo ma giusto, espressione diventata meme ma che chiaramente nell’800 si poteva ancora usare unironically. Non solo nell’800, probabilmente fino ai 2000 le espressioni-meme non erano poi così tante (si chiamavano tormentoni e la maggior parte non sopravvivevano una stagione televisiva – e li odiavo già). Cos’è successo negli ultimi 10 anni? È indubbio che i tormentoni/meme siano sempre di più e risultino in espressioni distrutte, svuotate di significato (se vogliamo ne assumono un altro ma troppo fisso e definito, che non riguarda più le parole in sé e non assimilabile all’ambiguità di un insieme di parole qualsiasi). Tutta colpa dei social? Lo dico in maniera neutra, ma credo che alla fine siamo sempre lì: amplificando a dismisura il numero di parole scritte/lette, spesso fuori contesto, le ripetizioni delle stesse, trasformandosi in cassa di risonanza, riducendo la varianza, ecc, penso sia inevitabile che al loro interno (e quindi, di riflesso, ovunque) sempre più espressioni si svuotino di significato e diventino meme. In ogni nucleo famigliare/scolastico/sportivo/ecc esistono formule e tormentoni, ma la platea di questi nuclei è tendenzialmente ridotta e non può influenzare il resto del mondo. E non in maniera così longeva come i social network dove nulla muore mai ma viene riciclato in un eterno ritorno che al massimo shifta di una nicchia ogni volta (dank -> normie -> 50enni su facebook -> mia madre?), allargando il proprio contagio. Eppure, ormai tutti ne sono stati toccati, e se anche un’espressione ha perso il proprio valore memetico è comunque rovinata dalla sua estenuante ripetizione. Tenendo presente la già provata azione di frammentazione e esacerbazione delle varie bolle (ovunque rimbombano gli echi delle echo chamber e ci si schiera in fazioni, rifuggendo l’ambiguità delle parole e trincerandosi dietro slogan (ovvero memi che non fanno ridere)), mi chiedo se il passaggio finale sia una destrutturazione in nicchie/fazioni politiche/religiose/memistiche, ciascuna caratterizzata dal proprio linguaggio incomprensibile agli altri o che (ancora peggio?) per gli altri non rappresenterà più nulla in quanto meme, ma che per i diretti interessati invece sarà l’unica lingua possibile, per quanto statica e ripetitiva?
Forse mi sono fatto un po’ prendere la mano.

SátántangógnatnàtàS

Guardò tristemente il cielo funesto, i residui riarsi dell’estate segnata dall’invasione delle cavallette, e d’improvviso su un unico ramoscello d’acacia vide passare la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno, e gli sembrò di percepire la totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell’eternità, che attraversa la discontinuità del caos creando la satanica finzione di un percorso rettilineo, spacciando tramite una falsa prospettiva l’assurdo per necessità… e vide se stesso, sulla coce della culla e della bara, mentre con fatica si contraeva ancora un’ultima volta, per poi ritrovarsi, in virtù di un ordine perentorio e ineluttabile, completamente nudo – senza alcun segno di distinzione o d’identificazione – nelle mani dei beccamorti, tra i ghigni di quegli indaffarati scuoiatori di cadaveri, dove non poteva non cogliere la misura di tutte le cose umane, senza un’ombra di pietà, senza che ci fosse anche un solo sentiero a riportarlo indietro, perché a quel punto sarebbe stato ormai consapevole del fatto che aveva sempre giocato con bari contro cui non era possibile vincere, essendo tutte le carte del gioco predeterminate: si trattava di una partita truccata alla fine della quale sarebbe stato prvato anche dell’ultima sua arma, la speranza, la speranza di poter un giorno ritrovare la strada di casa.

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