DFW on Wittgenstein

Era questo il dilemma di Wittgenstein: o si tratta il linguaggio come un puntino infinitamente piccolo e denso, o lo si lascia diventare il mondo — il mondo esterno, e tutto ciò che contiene. La prima ipotesi equivale a una cacciata dall’Eden. La seconda sembra più promettente. Se il mondo stesso è un costrutto linguistico, non c’è nulla «al di fuori» del linguaggio che il linguaggio debba raffigurare o a cui debba riferirsi. Questa ipotesi permette di evitare il solipsismo, ma porta dritti al dilemma postmoderno, post-strutturalista, di dover negare a noi stessi un’esistenza indipendente dal linguaggio. In genere si ritiene che sia stato Heidegger a condurci a questo dilemma, ma mentre scrivevo La scopa del sistema ho capito che era Wittgenstein il vero architetto della trappola postmoderna. È morto proprio quando stava per cominciare a trattare esplicitamente la realtà come un’entità linguistica invece che ontologica. Questa posizione eliminava il solipsismo, ma non il terrore. Perché siamo ancora bloccati. La tesi delle Ricerche è che il problema fondamentale del linguaggio è, cito testualmente: «Non mi ci raccapezzo». Se fossi separato dal linguaggio, se potessi in qualche modo distaccarmene, arrampicarmi da qualche parte e guardarlo dall’alto, osservarne la topografia, per così dire, potrei studiarlo «obiettivamente», smembrarlo, decostruirlo, capire le sue dinamiche, i suoi confini e le sue mancanze. Ma le cose non stanno così. Io ci sono dentro. Noi siamo dentro il linguaggio.

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la teoria critica

La teoria critica, che ha il compito di studiare da vicino ogni teoria tradizionale, significa in primo luogo sapere, con piena e approfondita cognizione, perché sono state compiute e sistemate ordinatamente proprio quelle esperienze, e perché proprio in quel determinato campo; in secondo luogo, significa interpretare criticamente il fatto che la società si limita sostanzialmente a quelle esperienze e promuove e incoraggia soltanto quelle, invece di promuovere una forma di conoscenza più adeguata alle necessità degli uomini. E questa è nello stesso tempo una critica della scienza e della società. Io credo che tale citica coincida oggi in larga misura con ciò che si chiama “filosofia”.

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sulla spiaggia dell’impotenza

È in questo quadro che il prossimo, ridotto al principio dell’altro, diventa non il singolo e concreto uomo che bussa alla nostra porta, ma il casuale uomo che incontri per strada non appena esci di casa, privo di ogni connotazione storica, gettato dalle risacche della storia e accolto solo in ossequio di una logica generale che mentre crede di aiutarlo in realtà lo risospinge nel nulla da cui proviene. È un’immagine che rimanda direttamente all’esperienza effettuale di presunte leggi economiche che sospingono violentemente gli esseri umani, ancora preda dei flutti del mare tempestoso alla maniera di Ulisse, nonostante la retorica del progresso, sulla spiaggia dell’impotenza.

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una parte ineluttabile dell’essere umano

Dato che una parte ineluttabile dell’essere umano è la sofferenza, ciò che noi esseri umani cerchiamo nell’arte è anche un’esperienza di sofferenza: che sarà necessariamente un’esperienza mediata, o per meglio dire una generalizzazione della sofferenza. Capisci cosa intendo? Nel mondo reale tutti soffriamo da soli; la vera empatia è impossibile. Ma se un’opera letteraria ci permette, grazie all’immaginazione, di identificarci con il dolore dei personaggi, allora forse ci verrà più facile pensare che altri possano identificarsi con il nostro. Questo è un pensiero che nutre, che redime: ci fa sentire meno soli dentro. Magari è tutto qui, semplicemente.

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non scrisse più nulla

Il 19 dicembre si sforzò per alzarsi e vertirsi, poi si sedette accanto al fuoco della sua stanza a pettinare i folti e lunghi capelli. Il pettine le cadde nelle fiamme, e non ebbe la forza di raccoglierlo, la camera da letto si andò riepiendo di odore d’osso bruciato. Poi scese in salotto, e lì, seduta sul divano, morì alle due del pomeriggio dopo aver rifiutato ancora una volta di tornare a letto. Aveva soltanto trent’anni, e non scrisse più nulla.

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le ultime parole

Julie de Lespinasse era morta il 23 maggio 1776, a quarantatre anni, circondata dagli amici più intimi. Passò gli ultimi tre giorni in un tale stato di consunzione che quasi non riusciva a parlare. Le infermiere la rianimarono con dei cordiali e la fecero mettere a sedere un momento nel eltto. Le sue ultime parole furono di sorpresa, disse: «Sono ancora viva?»

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io vedo l’indiano

[Frank Harris] ha raccontato come una volta avesse discusso con [Rudyard Kipling] circa l’inverosimiglianza, in uno dei suoi racconti, di un incidente provocato dalla repentina apparizione di un indiano con una coppia di buoi e un carico di legna sul bordo di un precipizio. L’apaprizione provocava l’immediato precipitare di uno dei personaggi e così la storia finiva. Secondo Harris, «pore fine a una discussione psicologica con un brutale incidente era un insulto all’intelligenza». «Perché?, — domandò Kipling. — Nella vita avvengono gli incidenti». Harris insisteva, ritenendo che quello fosse troppo improbabile e che «in arte l’improbabile è peggiore dell’impossibile». La risposta di Kipling fu molto semplice, ma sufficiente a porre fine alle obiezioni: «Io vedo l’indiano», disse.

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il problema della solitudine

Penso che tutta la buona letteratura in qualche modo affronti il problema della solitudine e agisca come suo lenitivo. Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli. Ma c’è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti permette di entrare in intimità con il mondo, e con un’altra mente, e con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo nel mondo reale.

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