libri

Nuove lingue per nuovi contesti

L’altro giorno, vedendo Parasite (il nuovo film di Bong Joon-Ho, capolavoro), ho fatto caso ai personaggi che ricorrevano all’inglese per frasi fatte (presumibilmente mutuate a loro volte da film) e contesti preconfezionati, come ad esempio i colloqui di lavoro.
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Fumetti estivi

Recap delle letture fumettose estive (quale giorno migliore per far finire l’estate?):

Larcenet – BLAST
Parto subito col capo: ho colto l’occasione dell’integrale Coconino per fare la follia e non me ne sono pentito. Fantastico sia dal punto di vista formale che narrativo. Disegni e parole come solchi nel cervello e nella memoria. Protagonista (Polza Mancini!) stupendo e respingente allo stesso tempo, impossibile non volergli almeno un po’ bene per la sua incapacità di odiare, per la sua speranza/disperazione tridimensionale, per la sua fabula dalla quale non vorremmo uscire mai, nonostante le incongruenze. Quando ci si scontra con la realtà è l’ennesimo colpo al cuore di una storia già costellata di atrocità. Nerissimo, bellissimo.

Taniguchi – Gourmet 2
Caruccio, come il primo. A prescindere dal cibo (nel primo più cose giapponesi/tradizionali, quindi meglio), mi piace anche l’atmosfera dimessa e apparentemente fragile che Taniguchi (pur non scrivendo, qui) riesce sempre a infondere nei suoi lavori. Fra un piatto instagrammabile e l’altro, emergono anche le logiche di pensiero e le usanze nipponiche che rendono questo fumetto qualcosa di più di una lista della spesa ben illustrata (“sarà strano se mi siedo qui da solo?”).

Taniguchi – Al tempo di papà
Sfrutto l’uscita da edicola dell’opera omnia di Taniguchi per colmare un altro buco. I fumetti semi-autobiografici di Taniguchi sono probabilmente i migliori, e mi piace pensare a questo come un dittico con il precedente Zoo d’inverno: entrambi splendidi, entrambi pervasi di quella sensibilità unica, l’ambiguità del protagonista alter-ego, quella forza e debolezza che Taniguchi infonde anche nei suoi incredibili disegni oltre che nei suoi personaggi.

Sclavi – Le voci dell’acqua
Questo in realtà l’ho letto qualche tempo fa, ma un po’ deludente. Sembrano gli scarti dei romanzi dei bei tempi della Camunia (citati anche esplicitamente, fin dal nome del protagonista). Godibile se si un fan di Sclavi, ma operazione un po’ inutile. Molto meglio l’ultimo Dylan Dog scritto qualche anno fa.

Canales/Guarnido – Blacksad
Bellissimo! Non pensavo, ma mi ha coinvolto dalle prime pagine in quell’atmosfera densa e noir che alla fine mi sembra sempre funzionare meglio per immagini che a parole (almeno per quanto mi riguada). Ovviamente mi ha fatto venire in mente anche il caro vecchio MM, del quale sono corso a rileggermi qualche vecchio numero. Bei tempi quando Faraci era al top.

Questo mi porta alla doppietta Faraci/Ziche dell’estate:

Diabolik sottosopra (in allegato con il Diabolik di agosto) e Groucho-con (nell’ultimo Dylan Dog color fest).
Una volta cercavo accuratamente gli arretrati dei Topolino contenenti le rare storie di Faraci/Cavazzano e seguivo le telenovelas disneyane della Ziche, per non parlare delle innumerevoli collaborazioni fra i due (evento il loro numero su PK). Poi, non so se sono cresciuto io o è invecchiato Faraci (MM di cui sopra mi farebbe propendere per la seconda), insomma, le sue ultime prove non è che mi abbiano proprio colpito. Qui molto meglio con Groucho, mentre la parodia di Diabolik abbastanza deludente. D’altronde anche abbastanza inutile quando c’era già stato lo splendido Ratolik del solito, geniale Ortolani.

Nota: nello stesso Color Fest c’è anche una storia di Groucho di Bilotta, lui invece ormai sceneggiatore del momento che non ne sbaglia una, e infatti anche qui firma l’episodio migliore del numero.

A n so gnént, mè

l’è quèll ch’a v vléva déi, chi ch’a so mè?
a n so gnént, mè, zò, a còunt cmè e’ do ‘d bastòun,
ch’a pastéss ènnch’ d’otite, pu a i vèggh póch,
e sa sti ucèl, ch’i mè casch, ò una lénta
tótta cripèda, quèll ch’a gí vuílt
l’è un èlt, chi sa, magari u m s’asarméa,
mo a n so mè, e adès farmé,
ch’ò una vòia ‘d butém stuglèd ma tèra,
e stè ‘lè quant u m pè, a n dmand ‘na masa,
e dop, s’u s pò, qualche schaléin d’inzò,
vérs chèsa, che ènca ‘lè mè u m basta póch

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Ricerche intermittenti

La consapevolezza che non leggerò mai tutti i libri che vorrei leggere e neanche solo quelli già presenti in casa dei miei (da piccolo avevo la fantasia di leggerli tutti, anche quelli che non mi interessavano, per una mania catalogatrice/esploratrice, come se attraverso i libri potessi leggere anche la vita dei miei genitori o cose così, o come se quella libreria rappresentasse lo scibile umano e io potessi esaurirlo) si è aggiunta solo di recente alle mie angosce. Per questo apprezzo particolarmente quando trovo connessioni nelle mie letture, delle direzioni quasi, quando capita che un libro mi porti direttamente al successivo, creando una coerenza all’interno della mia vana esplorazione senza fine.
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Il perturbante che migliora la vita

In questi giorni, per un motivo o per l’altro, ho riguardato le prime due puntate di Neon Genesis Evangelion e mi sono ricordato di uno dei (tanti) momenti perturbanti di questa serie-anime (la migliore di tutti i tempi, a scanso di equivoci), uno di quei momenti di smarrimento che poi ricorderò come bellissimi, come l’alba di una nuova era della (mia) mente.
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Forse

Forse scrivere significa colmare gli spazi bianchi dell’esistenza, quel nulla che si apre d’improvviso nelle ore e nei giorni, fra gli oggetti della camera, disucchiandoli in una desolazione e in un’insignificanza infinita. La paura, ha scritto Canetti, inventa dei nomi per distrarsi; il viaggiatore legge e annota nomi nelle stazioni che oltrepassa col suo treno, sugli angoli delle strade dove lo portano i suoi passi, e procede un po’ sollevato, soddisfatto di quell’ordine e di quella scansione del niente.

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Troppe letture

Di solito le mie letture procedono in maniera lineare, finito un libro sotto il prossimo, con pochi spazi per le letture in parallelo, eppure ultimamente mi capita il contrario. Temi e forme diverse, forse l’assenza del capolavoro che tiene incollato o l’approccio rizomatico (epilettico?) della lettura online che ormai mi ha divorato il cervello. L’inappetenza estiva scivola in mille rivoli di lingue e parole diverse.
Questo non mi impedisce di godermi le varie possibilità.
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Letture del 2018

Quest’anno ho deciso di fare una sola classifica, di libri, e di fare il moderno: quindi letture uscite (o rese nuovamente reperibili, vedi Buzzati) entro gli ultimi dieci anni.
Unica eccezione il numero zero: libro clamoroso e scoperta dell’anno.

0. Michihiko Hachiya – Diario di Hiroshima (Feltrinelli, 1960)

1. Antoine Volodine – Terminus radioso (66th and 2nd, 2016)
2. Dino Buzzati – Poema a fumetti (Mondadori Ink, 2017)
3. Oestheld/Solano López – L’Eternauta (001 Edizioni, 2018)
4. Antoine Volodine – Scrittori (Clichy, 2013)
5. Paul Auster – 4 3 2 1 (Giulio Einaudi, 2017)
6. Paul Cronin/Werner Herzog – A guide for the perplexed (Faber & Faber, 2014)
7. Vitaliano Trevisan – Il ponte: un crollo (Einaudi, 2013)
8. Jesse Jacobs – They live in me (Hollow Press, 2017)
9. Alterazioni video – Incompiuto, la nascita di uno stile (Humboldt Books, 2018)
10. Federico Campagna – L’ultima notte (Postmedia Books, 2015) / Mark Fisher – Capitalism realism (Zero Books, 2009)

Miglior serie a fumetti: Mercurio Loi (Bonelli, 2019)