incontri

Arte in cantina

Autoritratto_Turoni
Alessandro Turoni è un ragazzo della mia età di Forlì, ma soprattutto un artista.
In questi giorni a Predappio Alta, nella cantina della Vecia cantena d’la pre’, c’è una personale dedicata alle sue sculture. L’atmosfera è adatta all’esposizione e la mostra rimane aperta fino al 19 agosto, per chi ne volesse approfittare. Inoltre, Alessandro è spesso presente di persona e disponibilissimo a illustrare la propria arte. Per quanto l’esposizione sia piuttosto eterogenea, due foto forse danno l’idea (cliccare per ingrandire).
Stambecco_Turoni

Elefante meccanico_Turoni

La teoria dei buchi neri_Turoni

Gorilla_Turoni

Vampiri, zombie e Rocco Ronchi


Due sere fa, sempre nel mio locale preferito di Forlì, il grande Rocco Ronchi ha parlato di zombie. Seriamente. E grazie a lui ho capito perché fra i due, e in generale fra le varie “creature della soglia” [[1. su questo argomento bisognerebbe approfondire, anche se non saprei né come né quando.]], sono sempre stato più attratto dai vampiri [[2. nonostante poi le recenti mode siano arrivate a farmi odiare entrambe le categorie]].
Non è tanto per la loro letterarietà (contro la propensione per il cinema degli zombie) o perché sono un romantico aristocratico, quanto per la loro solitudine e unicità (contro l’essenza puramente oncologica degli zombie). Ci dovrei ragionare su.
Nel frattempo, attendo che passino di moda.

Saggezza di interprete ed elogio delle fotocopie

Ieri ho assistito ad un incontro con Paolo Maria Noseda, interpestar (nuovo termine?) di “Che tempo che fa” (e non solo), il quale ha raccontato aneddoti della sua vita e dispensato consigli per i giovani e futuri interpreti della SSLIMIT.

Ha parlato a lungo (e con un linguaggio forse volutamente un po’ sopra le righe, quantomeno per le profesoresse a cui era seduto affianco a giudicare da alcune espressioni) e intrattenuto la propria platea da abile oratore, strappando risate e applausi. In realtà, ha parlato di vari argomenti, non legati esclusivamente all’interpretazione, tanto meno al suo aspetto più tecnico.
Ho apprezzato molto la sua posizione mentale, propositiva e curiosa per tutto ciò che gli capita e lo circonda. Una posizione essenziale, credo, non solo per l’interprete ma per l’essere umano in generale, per riuscire a godere della propria vita, senza maledirla troppo. Quindi accettare anche gli incarichi più umili (l’ovvio esempio delle fotocopie), pur senza degradare se stessi (il discorso compensi era delicato e vi ha solo accennato), cercando di trarre da ogni cosa uno spunto per arricchirsi.
Noseda evidentemente fa quello che fa per passione e interesse, lo ha affermato ed è trasparito dalle sue parole, e consiglia ciascuno dei presenti di fare lo stesso. Vista la platea che aveva di fronte, sosteneva infatti che con ogni probabilità il “piatto di spaghetti” (testuali parole, per Noseda gli spaghetti sono un sinonimo di necessità evidentemente) ce lo avevamo assicurato tutti, in un modo o nell’altro, siamo fortunati e non si parla della nostra sopravvivenza. Tutto il resto è un di più. Perché quindi cercarsi un di più a noi inviso o coatto (non nel senso di tamarro)? Perseguiamo i nostri interessi e tanto meglio se questo ci porterà al nostro piatto di spaghetti, o anche persino a poterlo offrire a qualcun altro.
Mi è piaciuto molto anche il suo approccio al denaro, affermando quanto sia inutile perseguire la ricchezza o una qualche forma di “carriera” (pensiero che condivido al 100%). Forse sono stato ricco, forse ho speso tutti i miei soldi, ha detto, ma me li sono goduti. Cosa sarebbe servito tenermeli da parte o accumularli?
Prafraso quanto detto e non cito non testualmente (era piuttosto colorito e non ricordo a memoria la frase un po’ lunga), cercando di cogliere il significato del suo discorso: Quando un giorno sarò arrivato alla fine, voglio guardarmi indietro e dirmi che ho goduto della mia vita, comunque sia andata, non contare i soldi che ho messo da parte.

In tutto questo ha illustrato il lavoro, piuttosto vario e in generale invisibile, dell’interprete in maniera talmente brillante che stava per convincere anche a me ad iscrivermi alla SSLIMIT per la seconda (terza, vabbè) laurea. Ma no, al massimo traduttore.

Il Maestrone a Forlì: io (non) c’ero

Ingresso principale: “PIENO”

Ieri sera, in dolce compagnia, ero andato a sentire Francesco Guccini che presentava il suo ultimo libro proprio qui a Forlì, con anche la vaghissima speranza di ricavarci una foto assieme magari. Peccato che sia arrivato un po’ all’ultimo momento e la sala comunale traboccava di gente. Senza un reale motivo c’era anche gente seduta nella sala oltre quella della presentazione, nella vana speranza forse di sentire o captare qualcosa attraverso una minuscola porta e decine di metri di distanza. Mi dispiace non essere riuscito ad immortalare un anziano, pardon un coetaneo del Maestro, che sedeva sugli scranni del comune mentre tendeva l’orecchio con la mano a coppa dietro di esso, in una posa più plastica che utile.
Dopo qualche tentativo da una parte o dall’altra, abbiamo desistito e ci siamo consolati nei dolci, ma un breve post sul Maestrone volevo farlo lo stesso.

Ingresso secondario: la stanza sul retro
Laggiù da qualche parte c’è Guccini

In fondo, sono cresciuto a pane e Guccini e uno dei primi ricordi musicali che ho è quello del vinile de L’isola non trovata, album che tuttora adoro (probabilmente anche per motivi nostalgici). Ho amato e suonato i suoi pezzi, riletto i testi per vivere i quali sono in realtà troppo giovane. Tuttavia, anche se non ho vissuto in diretta gli anni di cui Guccini ha sempre parlato, ho spesso ammirato le sue citazioni colte, i riferimenti letterari, gli esistenzialismi sempre attuali, e anche i rimandi politici non hanno smesso di esserlo nella nostra Italia che non è poi così cambiata negli anni. Proprio quest’anno ha poi completato la sua carriera musicale con l’ultimo album, registrato nel mulino di famiglia, a Pavana. Programmatico e immaginifico il titolo dell’album e dell’ultimo pezzo (il migliore a mio giudizio): L’ultima thule.
Per me Guccini è come un padre dal quale non posso sottrarmi, semplice e diretto, ma comunque arguto, un frate seduto su una collina che guarda l’orizzonte e straparla, aspettando la notte e che passi un altro giorno ancora, il suo tema è il tempo e l’isola non trovata: l’uomo.

 

Star Wars @ Mantova Comics

Mi ero dimenticato di parlare di uno degli stand più curiosi del Mantova Comics, quantomeno per me e i fan di Star Wars. Non è che io sia particolarmente appassionato della serie, ma ormai è talmente nel mio background che non posso estromettere la saga o giudicarla con obiettività.
Insomma, a questo stand c’era un annoiatissimo e spaesato Kenneth Colley, interprete di un ruolo minorissimo del secondo episodio della trilogia originale di Star Wars* che elargiva autografi e foto ricordo per 10 euro. Ne elargiva inevitabilmente pochi e quasi tutti erano più attirati dagli splendidi plastici accanto. Un po’ mi è dispiaciuto per l’attore americano, ma alla fine anche per me è stato così.

Dal punto di vista dell’Impero

Dal punto di vista dei Ribelli

*scopro ora da imdb che in realtà è presente anche nel Ritorno dello Jedi e una curiosità al riguardo: Kenneth Colley è l’unico attore a interpretare un ufficiale imperiale in più di un film di Star Wars (extra esclusi).