e’ rest

Le conseguenze della sveglia

Ieri sera ho impostato la sveglia alle 7.00 per tutta la settimana (lavorativa).
È una cosa che non facevo da più di un anno. Durante questo periodo mi ero quasi illuso (mai esplicitamente) che non l’avrei più rifatto, con tutto quello che ne consegue. Soprattutto per tutto quello che ne consegue. Mio nonno diceva qualcosa come Al meglio ci si abitua sempre, ma non credo che la faccenda sia così semplice in questo caso. Tuttavia, in una versione rovesciata e angosciosa del Sabato del villaggio, il peggio si accumula e viene prima della sveglia vera e propria.
Quando, al termine di una notte buia e fin troppo breve, la sveglia inizia a lanciare il suo grido acuto e penetrante, è già successo: non c’è più tempo per pensare alle implicazioni e alle conseguenze che questa scelta ha avuto e avrà sul mio futuro più e meno vicino. Il resto è un automatismo non (troppo) difficile da recuperare.

Un blog

Avere/tenere un blog senza linea editoriale nel 2016 (quasi 2017) non ha molto senso.
Forse avere/tenere un blog qualsiasi nel 2016 (quasi 2017) non ha molto senso.
Credo sia proprio questo parallelismo con la mia vita che mi fa continuare imperterrito.

Analysis Paralysis

Ogni volta che progetto, avverto la tragicità della condizione in cui sono, senza poterne uscire: ma tuttavia progetto proprio perché a questa tragicità oppongo la possibilità di una positività, che è il mutamento di ciò che è, che io attuo nel protendermi verso il futuro. Progetto, libertà e condizione si articolano dunque mentre io avverto questa connessione di strutture del mio agire secondo una dimensione di responsabilità. Questo Husserl avverte quando dice che in questo essere “diretto” dell’io verso scopi possibili si stabilice come una “teleologia ideale” e che “il futuro come ‘avere’ possibile rispetto alla futurità originaria in cui già sempre sono è la prefigurazione universale dello scopo della vita”.
In altri termini dunque l’essere io situato in una dimensione temporale fa sì che avverta la gravità e la difficoltà delle me decisioni, ma che avverta in pari tempo il fatto che devo decidere, che sono io a dover decidere e che questo mio decidere si collega a una serie indefinita di dover-decidere che coinvolge tutti gli altri uomini.

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La caduta del Titanic

Certamente, quando con il processo di Norimberga sono venuta a sapere di quelle cose orribili, delle millecinquecento persone che finirono in mare, quando l’ho saputo, mi sono sentita così sconvolta che non riuscivo a crederci. C’erano solo venti scialuppe, solo una di loro tornò indietro, una, sei persone furono salvate, ma non sono riuscita a trovare nessun collegamento fra quelle cose orribili e il mio lavoro di segretaria. E le settecento persone sulle scialuppe non poterono far altro che aspettare, aspettare di morire, aspettare di vivere, aspettare un perdono, che non sarebbe mai arrivato, ma io so che mi sentivo così sollevata che non ci fosse stata alcuna mia responsabilità personale, e anche di non avere mai saputo niente. Non sapevo che fossero morte così tante persone, ma poi un giorno hanno trovato il Cuore dell’Oceano e mi sono resa conto, che il fatto che allora fossi giovane non era una buona giustificazione, perché avremmo dovuto accorgerci comunque, di quello che stava succedendo sul Titanic.

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