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La collezione Verzocchi

Copertina CatalogoPalazzo Romagnoli, a Forlì, ha aperto da poco le sue porte ai visitatori e alla Collezione Verzocchi.
Giuseppe Verzocchi fu un imprenditore forlivese del secolo scorso, amante dell’arte tanto da commissionare una serie di quadri dalle dimensioni fissate (90×70) a vari artisti della metà del novecento sul tema del lavoro, creando un primissimo esempio di product placement. Infatti in (quasi) tutti i quadri è presente il famoso mattoncino V&D (Verzocchi e De Romano, suo socio d’affari nel campo dei materiali refrattari) ed è divertente anche scovarli all’interno delle varie opere. Opere di alto valore e interesse, anche per un profano come me. Sulle pareti si susseguono stili diversi e firme importanti (De Chirico, Guttuso, Moreni, …), per cui è quasi impossibile non trovare quadri di proprio gradimento all’interno della vasta collezione.
Inoltre, al piano superiore del Palazzo, c’è attualmente un’esposizione di opere del ‘900 degna di nota e molto varia, fra le sculture di Wildt, le incisioni di Giorgio Morandi e altre opere pittoriche e plastiche futuriste.
Infine, Palazzo Romagnoli stesso vale la pena di essere visitato dopo il recente restauro.
Non bastasse, il tutto è gratuito.
DeChiricoE non dico questo solo perché il video di presentazione della Collezione Verzocchi realizzato dagli amici di Sunset vede il mio nome fra i crediti (assistente alla produzione!) e perché mi sono divertito un sacco ad aiutare a realizzarlo, per quanto ho potuto. Però se vi capita, guardatelo che spiega la vita di Verzocchi e le connessioni dell’imprenditore con il mondo dell’arte molto meglio di quanto possa fare io in questo blog.

Borderline

Visto che è l’ultima settimana per visitare la mostra Borderline, al MAR (Museo d’Arte della città di Ravenna), colgo l’occasione per rievocare un paio di aneddoti sulla mia visita (avvenuta ormai almeno un mese fa).
Prima di tutto, Borderline (il cui sottotitolo non a caso è “Artisti tra normalità e follia”) cerca di creare una commistione fra la cosiddetta Art Brut (l’arte dei folli) e quella di autori riconosciuti, anche se in qualche modo vicini nella sensibilità e visionarietà delle loro opere ai loro compagni di esposizione. Per capirsi, alcuni artisti coinvolti sono Dalì, Bosch, Goya, Francis Bacon. Il concetto è molto interessante e descritto molto meglio e più dettagliatamente qui.
Detto ciò, premettendo che la mostra mi è piaciuta molto e che consiglio a chi non l’avesse già visitata di farlo a breve (finisce il 16), vado a parlare della mia visita.
Ero con l’amico Marco F., venuto da Milano apposta (non è vero), e assieme ci siamo diretti alla mostra incuriositi e per niente consapevoli di cosa stavamo andando a vedere. Siccome ci siamo ridotti un po’ tardi, la bigliettaia ci ha ricordato che avevamo solo un paio d’ore per visitarla tutta e ci avvertiva della “pesantezza” della stessa, specie del primo piano. Curioso che ogni guardia o guida a cui ci sia capitato di chiedere ritenesse una sezione differente come più ostica.
Una lezione nella lezione sulla relatività della sensibilità nell’arte.
Ad ogni modo, dopo l’ampia e interessante introduzione che ospita alcuni dei nomi più famosi, le tre sezioni della mostra sono Disagio della Realtà, Disagio del Corpo, Ritratti dell’Anima. Fermo restando che mi sono piaciute tutte e tre, forse sono stato colpio maggiormente dall’ultima sezione, dove sono esposti numerosi ritratti ma soprattutto autoritratti. Tanto per dare anche la mia versione.
L’aneddoto più curioso però è di quando una guardia del museo ha chiesto a me e a Marco (non so spiegarmi ancora il perché) se eravamo espositori. Al che, visti gli artisti esposti, non so ancora dire se dovrei prenderlo come un complimento o no.